L’EROE SPORTIVO: VIGORIA, GLORIA O RIMEDIO? Spunti di riflessione da una lettura di Giacomo Leopardi
“Ho voluto che lo studio sia breve, ma assolutamente quotidiano, né interrotto da vacanze o autunnali, o carnevalesche, o ebdomadarie, eccettuate quelle delle Feste. Ne ho ottenuto che i figli sono cresciuti colla idea che lo studio sia la occupazione connaturale dell’uomo, e che non vi hanno mai mostrata la menoma avversione. Li ho divertiti con ogni genere di proporzionato sollazzo domestico, li ho premiati con quanto ho potuto immaginare che gradissero, li ho animati colla pubblicità dei saggi, delle conclusioni e della stampa, ma tenendoli severamente lontani dal Teatro, dai Pubblici Spettacoli e dalla compagnia di altri giovani, li ho avuti affezionati alla casa e non distratti da desiderii e pensieri che potessero alienarli dalla applicazione”[1].
Questo stralcio di una lettera che il padre di Leopardi scrisse al cognato è non poco rivelativo riguardo il tipo di pedagogia con il quale fu educato il giovane Giacomo. La lontananza e l’isolamento erano, negli intenti del padre, indirizzati a far sì che i figli non si distraessero da quello che egli stesso considerava lo scopo dell’uomo nobile: l’erudizione e la conoscenza.
In realtà, poiché l’infanzia è di tutti, i tre ragazzi Leopardi ritagliavano ampi spazi per il gioco, con l’approvazione del padre che vedeva, evidentemente, di buon occhio i sollazzi che “rimanevano in famiglia” e comunque rafforzavano gli studi classici che andavano facendo. Si trattava, per la massima parte, di giochi epici, di battaglie romane condotte con le carriole usate a guisa di bighe, che vedevano sempre il primogenito in veste di capo sul carro del vincitore.
I giochi ma, forse questo in particolare, assumono una rilevanza considerevole se si pensa al “sommo desiderio di gloria”[2] che suscitarono nel piccolo Giacomo; un desiderio questo, che lo accompagnò per gran parte della sua vita. Pur timido e introverso, il fascino esercitato dal mito dell’eroe era forte a tal punto che leggendo Omero e della “lode e la fama” [venute] a quei grandi uomini grazie al loro coraggio e al loro eroismo, sorgeva il lui, in modo del tutto naturale, il desiderio di imitarli[3].
Egli, infatti, più tardi, nelle sue riflessioni osservava che, contrariamente a quanto si pensa, i timidi sono “coraggiosissimi” e che, anzi, la virtù del coraggio viene rafforzata dalla “timidità”[4]. Nelle sue convinzioni i timidi “non solo sono capaci di non temere né fuggire il pericolo, il danno, il sacrifizio, ma eziandio di cercarlo, di desiderarlo, di amarlo, di bramar la morte, di proccurasela colle proprie mani”[5].
Giacomo dunque amava la gloria, era attirato dalla fama che un uomo coraggioso può conquistarsi a dispetto della sua timidezza e, probabilmente, sperava per se stesso un’esistenza diversa e quella vigoria fisica che sempre ammirò negli eroi che costellavano i suoi studi classici ma, non solo. Probabilmente c’erano altri “eroi” nei suoi pensieri, anche se diversi e suoi contemporanei.
Quando esattamente egli abbia iniziato a frequentare “pubblici spettacoli” e assistere ad avvenimenti sportivi non è dato saperlo ma sembra certa la notizia che fu proprio il fratello Luigi ad offrirgli l’occasione per svagarsi e uscire dal clima soffocante di casa, perché, infatti, il giovane era dedito a quello sport allora largamente diffuso che è il gioco del bracciale. Fu proprio dopo una partita che Luigi, allora ventiquattrenne, si sentì male e, successivamente, morì.[6]
Appare utile, per il nostro discorso, una piccola digressione che offra qualche cenno relativamente a questo gioco. Il gioco del pallone col bracciale fa parte degli sports sferistici, ovvero, quelli in cui è la palla l’elemento indispensabile e determinante. Si sa che le origini del gioco della palla sono remote e si perdono nella notte dei tempi, ma si può ricordare che era già praticato presso i Greci, in una gamma che andava da un gioco piuttosto tranquillo e senza gran movimento fino a forme violente e maschie che per il loro dinamismo e carattere agonistico possono essere confrontate con i giochi di oggi. Nel ‘500 i giochi con la palla erano in piena fioritura anche in Italia ma, soprattutto, nella forma più nobile del pallone col bracciale. Non c’era manifestazione né spettacolo che non comprendesse la partita di questo sport. La popolarità di questo gioco si mantenne alta tanto che tra il ‘700 e l’’800 dovettero essere costruiti numerosi sferisteri, tra i quali spicca quello di Macerata per la sua grandiosità[7].
Tanti autori, con la loro opera[8], hanno cantato il gioco del pallone col bracciale ma fu proprio Giacomo Leopardi, nel 1821, a renderlo immortale con la canzone A un vincitore nel pallone[9]. Questo gioco era popolare nelle zone del Piceno fin dal XVI secolo ma non era considerato come un semplice sport, bensì come un’occasione di sfida dove erano in palio l’onore e il prestigio, tanto che veniva praticato quasi esclusivamente dai nobili o da persone che potevano dedicare del tempo libero a questo svago. A ciò si aggiunga il fatto che questo gioco era vissuto non tanto come sport collettivo, quanto, invece, come sfida tra personalità individuali, a dimostrare che si trattava di una “contesa più psicologica che fisica”[10]. Dunque pur essendo seguitissimo dal popolo che si entusiasmava, non comparivano in queste sfide persone semplici e lavoratori della terra, poiché si trattava di un otium riservato appunto a chi non aveva preoccupazioni di sorta. Le partite più seguite, che venivano organizzate in occasioni di feste paesane, erano quelle che mettevano di fronte giocatori appartenenti a famiglie nobili che per tradizione erano rivali oppure quelle tra atleti rappresentanti di diverse contrade. Fra i giocatori spiccava decisamente la figura di Carlo Didimi[11], che ben presto divenne un mito leggendario. Di temperamento passionale e anticonformista era nato a Treja, un paesino delle Marche non lontano da Recanati, lo stesso anno di Giacomo che ne cantò le gesta nella sua Canzone. Ma, ci chiediamo, come mai egli fu così attratto dal giovane trejese al punto da renderlo immortale?
Dobbiamo, per un momento, tornare a quel desiderio di gloria che aveva sempre manifestato fin da bambino, a quell’ammirazione per gli eroi greci che incarnavano il vigore, la passione, l’entusiasmo, la vitalità insomma. Giacomo, quando scrisse il suo componimento, ancora non era conosciuto e ammirava sinceramente nel notissimo Carlo Didimi non solo il giocatore che sempre riportava vittorie ma anche la figura dell’eroe coronato dalla fama che si era conquistato in tutti gli sferisteri d’Italia. Un eroe contemporaneo, un eroe da celebrare nell’ultima delle cinque Canzoni civili, un eroe da porre senza alcuna esitazione accanto alle grandi figure della storia italiana[12]. Ci sembra significativo sottolineare questo suo celebrare un campione sportivo che, evidentemente, non essendo un oscuro campione di provincia ma un vero e proprio mito, poteva ben figurare nel gruppo dei suoi cinque componimenti.
La “sudata virtude”[13], ovvero il sacrificio e la lotta indispensabili per conquistare una vittoria, Leopardi li vedeva incarnati nel campione trejese a tal punto da considerarlo un esempio per i giovani italiani; in lui erano presenti la forza, il vigore e la combattività, tutte virtù che egli aveva trovato nei giovani greci delle Olimpiadi che combattevano per difendere la patria.
Così, ai suoi occhi, avrebbero dovuto essere i giovani, non certo adagiati in un “femminile ozio”[14], in quell’ ignavia molle che paralizza il desiderio, non solo di compiere cose grandi, ma anche di vivere. Vivere quindi, non meramente esistere!
Gli occhi di Giacomo, costantemente rivolti all’uomo, si soffermavano particolarmente sull’età giovanile, così pregna di quei “forti errori”[15] che sono le illusioni tipiche della primavera della vita: la patria, la virtù, l’amore, cari “lieti inganni”[16] e “ parvenze d’infinito” che mantengono, anzi spingono l’uomo in avanti, “lo muovono a grandi cose”[17], nella convinzione che la vita è degna di essere vissuta appieno. E si parla proprio di “vita” e non di “esistenza” poiché quest’ultima è solo una “vita monotona e inattiva” , quindi quasi un “sinonimo di morte”; la vitalità è invece mantenuta dagli “esercizi e [dall’] attività continua del corpo primieramente e poi […] gli esercizi e l’attività dell’anima, la varietà, il movimento, la forza delle azioni ed occupazioni”. Sono queste le “cause certe e grandi di vitalità”.[18]
Cos’è, infatti, la vita se non illusione? Le illusioni non sono “mere vanità, ma […] cose in certo modo sostanziali, giacché non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita”[19].
Leopardi amava i giovani e le sue riflessioni miravano a mantenere accese le loro illusioni; pur cosciente della sua impossibilità fisica, e forse proprio per questo, egli amava incitarli all’azione, coerente con l’idea che l’uomo è nato per agire, più che per pensare[20]. Il suo sguardo, dunque, era denso di amorevole partecipazione del tutto scevra da quell’invidia che, invece, tanti nella sua situazione avrebbero sofferto. Quell’invidia per “le felicità [altrui, che] cade ordinariamente sopra quei beni che noi desideriamo di avere e non abbiamo, o de’ quali vorremmo esser gli unici o i principali possessori ed esempi”[21].
Il trejese, bello e aitante, non era un erudito quasi a riprova di quanto allora pensava Giacomo convinto che “il vigor del corpo nuoce alle facoltà intellettuali, e favorisce le immaginative, e per lo contrario l’imbecillità del corpo è favorevolissima al riflettere, e chi riflette non opera, e poco immagina, e le grandi illusioni non son fatte per lui”[22].
Egli rappresentava, agli occhi di Leopardi, il giovane gagliardo che attualizzava alla perfezione il mito della gioventù greca; quel mito che tanto aveva affascinato il giovane studioso che, chino sui tanti tomi di conoscenza, aveva cercato, da fanciullo, di rivivere nel gioco proprio quel mito.
Il poeta, dunque, incitava il giovane sportivo a conoscere il volto della gloria e la sua “gioconda voce”[23], auspicando che fosse duratura; quella stessa gloria che egli stesso aveva sempre cercato e amato; una gloria che, una volta conquistata, fosse mantenuta anche presso i posteri, così come gli antichi che non si accontentavano di “un effetto piccolo e passeggero [poiché] l’immaginazione spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi. Quindi verso il futuro e la posterità, perocché il presente è limitato e non può contentarla; è misero ed arido, ed ella si pasce di speranza, e vive promettendo sempre a se stessa. Ma il futuro p[er] una immaginazione gagliardissima non debbe aver limiti; altrimenti non la soddisfa. Dunque ella guarda e tira verso l’eternità”[24] .
Ed è forse “ men vano/della menzogna il vero?”[25] Forse che le opere dell’uomo sono più “serie” di un gioco? Non è forse vero che esercizi e giochi che erano utili agli antichi per mantenere vigoroso il corpo, servivano soprattutto a “mantenere il vigor dell’animo, il coraggio, le illusioni, l’entusiasmo che non saranno mai in un corpo debole”?[26]
Questa Canzone ci potrebbe offrire diversi spunti per un’attualizzazione efficace in questo nostro tempo che vede scomparsi, non solo ogni illusione, ma addirittura ogni valore dall’orizzonte dell’esistenza; un periodo storico, il nostro, che alcuni chiamano “di transizione” , altri “di decadenza” in cui, secondo la visione leopardiana, ci si lascia “esistere” senza pretendere di “vivere”…
Ancora potremmo affermare che la fatica del corpo può ammortizzare i mali dell’anima? Ci pare sia, in primis, doveroso fare una distinzione tra la fatica derivante dallo svolgere un qualche lavoro manuale e quella che segue un’attività sportiva. Una successiva diversificazione andrebbe fatta guardando alle motivazioni interiori che spingono un uomo a dedicarsi a quest’ultima. Infine dovremmo guardare alla modalità con la quale uno sport viene praticato.
Per Leopardi, autore di una “teoria del piacere”, “lo spettacolo della vita occupata, laboriosa e domestica, sembr[a] lo spettacolo della felicità”[27] e i “piccoli fini della giornata” che consistono nel provvedere ai propri bisogni quotidiani, fanno sì che l’uomo si senta riempito da quei piccoli progetti e non soffra di quel male oscuro che tormenta l’uomo di pensiero. Noi potremmo interpretare questa riflessione come un apprezzamento di quel lavoro manuale che, al tempo di Leopardi, era rappresentato da tutto quel piccolo e fattivo mondo rurale recanatese[28] e che, oggi, viene, per così dire, “usato” come terapia per sanare deviazioni derivanti da uso di droghe e di alcool da parte di tanti giovani che, stanchi di “esistere”, ad essi si abbandonano. E certamente risulta ancora valido ciò che pensava Giacomo e cioè che “a voler vivere tranquillo, bisogna esser occupato esteriormente”[29]. Il lavoro manuale che consente di non logorare il corpo con il pensiero è oggi diventato il miglior rimedio per tanti giovani malati nell’anima prima che nel corpo.
Il giovane Leopardi, che dava un immenso valore alla vitalità, riconosceva come nei moderni fosse assai minore quella “vita” che invece spronava gli antichi a grandi imprese. E Carlo Didimi, campione sportivo contemporaneo, anch’esso impegnato in grandi imprese, sia pure sportive, era veramente colui che faceva rivivere, ai suoi occhi, quella carica che animava giovani greci. È ancora il Leopardi che crede nelle antiche virtù, presenti fino al momento in cui la ragione non inizia a corrompere lo stato naturale e l’educazione del corpo aveva una sua dignità non ancora umiliata dalla rinuncia agli aspetti fisici della vita.
Il motivo ludico e sportivo è accostato a quello patriottico. Infatti la Canzone fu composta subito dopo a: Nelle nozze della sorella Paolina, con la quale ha in comune “una spinta più volitiva, nel raccordo anche con l’attualità, nel tema della patria decaduta e quindi nel contrasto tra l’esemplarità del passato greco-romano e la decadenza di un’epoca corrotta dall’eccesso della ragione”[30]. Nell’abbozzo intitolato “Ad un vincitore nel pallone”, Leopardi, sulla scorta della sua ammirazione per i Greci, suggerisce le “virtù” del perfetto atleta: il pensare “ in grande” e con grande entusiasmo. Solo così si potrà valutare come la vita operosa e gloriosa sia qualcosa di ben diverso da quella inerte ed oscura. Si accorgerà allora di come sia dolce il sapore della gloria e amabile la gloria della patria. Se la vita, in fondo, è miseria, è bello spenderla e spregiarla per il bene altrui e della patria.
Ma, guardando all’oggi, davvero possiamo riconoscere nei nostri campioni dello sport quello stesso animo, quella stessa vitalità? Parrebbe di no, poiché lo stesso sport è mercificato e manipolato a tal punto da diventare uno spettacolo nel senso più deteriore del termine. A causa di ciò nella formazione degli atleti sono venuti sottilmente ad insinuarsi elementi “inquinanti” quali la non accettazione dei propri limiti e un’idea di onnipotenza che portano questi giovani a volersi continuamente superare ma non in una sana competizione, bensì in un preventivo “pasticciare” di anabolizzanti tesi a creare il super-uomo invincibile. Miti falsi e di un luccicore momentaneo che non sapranno rassegnarsi a tornare nell’ombra dopo aver vissuto le luci di una ribalta che sempre scatena, al loro apparire, urla e applausi. Miti che, purtroppo sempre più frequentemente, risolveranno la propria incapacità di vivere nel modo peggiore.
Dove è finito quel vitalismo di leopardiana memoria? Quella spinta alimentata dalle illusioni?
Oggi lo sport, più che sano agonismo, è divenuto un vera e propria professione remunerata oltre ogni logico e ragionevole limite.
Non che il Didimi vivesse in ristrettezze, perché anzi godeva, a cagione della sua bravura sportiva, di una certa agiatezza economica, come tramandato dalle cronache dell’epoca[31]. Assolutamente niente a che vedere con la situazione odierna, assolutamente scandalosa e non più degna da essere additata a modello per la gioventù.
Quanto allo spregio della vita per il bene altrui e per la gloria della patria, che dire? Sono molto lontani dagli antichi i moderni spregiatori del pericolo. Una sorta di annichilimento delle coscienze fa sì spregiare la vita propria ed altrui, ma solo per la convinzione di sentirsi immortali.
È proprio il caso di chiudere ricordando altri versi di Leopardi, quelli in cui il poeta-filosofo di Recanati si lanciava contro coloro i quali, pieni di “fetido orgoglio”, sono convinti di poter dire “a goder son fatto”[32].
[1] Lettera a Carlo Antici, Roma del “lì 17 del 1815”, in Il Monarca delle Indie – corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi, a cura di G. Pulce – introduzione di G. Manganelli, Adelphi, Milano 1988, pp. 297-8.
[2] Ricordi d’infanzia e di adolescenza, in Tutte le Opere, a cura di W. Binni e coll. di E. Ghidetti, Sansoni, Firenze 1989, vol. 1.
[3] Zib. 124, 12.6.1820. Tutte le citazioni sono dall’edizione dello Zibaldone di Pensieri, a cura di G. Pacella, Garzanti, Milano 1991.
[4] Zib. 3489-90, 21.9.1823.
[5] Zib. 3492, 22.9.1823.
[6] Si veda la lettera di Monaldo e Carlo Leopardi a Giacomo del 16.5.1828 nella quale viene comunicata la morte di Luigi e le seguenti con la risposta e i sentimenti di Giacomo, Epistolario, a cura di F. Brioschi e P. Landi, Bollati Boringhieri, Torino 1998. Secondo il Damiani (All’apparir del vero, vita di Giacomo Leopardi, Mondadori, Milano 1998, p. 344) Luigi si sarebbe sentito male dopo la partita; il malessere, inizialmente, sembrava limitato ad un raffreddore complicato da febbre, ma, successivamente, subentrarono delle gravi complicazioni che portarono alla tisi senza possibilità di cura. Alberto Meriggi, invece, (Il pallone col bracciale a Treja, Litotipo S. Giuseppe, Macerata, p. 57, nota 11) sostiene che il giovane Leopardi “morì in seguito ad un incidente accadutogli durante una partita di bracciale”.
[7] La prima pietra fu posta il 2° ottobre del 1820 ma la costruzione procedette molto lentamente, tanto che poté essere ultimato solo nove anni dopo l’inizio dei lavori (Meriggi, Il pallone…, cit., p. 29.
[8] Tra gli autori più recenti si ricordano, ad es., Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Renzo Balbo, Giovanni Arpino.
[9] Il documentato lavoro del Meriggi, cui abbiamo attinto, sottolinea che nel 1921, a Treja, fu organizzato un torneo di bracciale proprio per ricordare il centenario della Canzone leopardiana.
[10] Meriggi, Il pallone…, cit., p. 31.
[11] Per dettagliate notizie sul Didimi si veda il citato lavoro di Alberto Meriggi.
[12] La prima Canzone fu dedicata all’Italia, la seconda a Dante, la terza ad Angelo Mai, la quarta, scritta per le nozze della sorella Paolina, era rivolta alle donne italiane. La quinta fu rivolta, appunto, al “magnanimo campion” Carlo Didimi.
[13] A un vincitore nel pallone, v. 4.
[14] Ivi, v. 3.
[15] Ivi, v. 37.
[16] Ivi, vv. 34-35.
[17] Zib. 14-15.
[18] Zib. 628, 8.2.1821.
[19] Lettera a Pietro Giordani del 30.6.1820, Epistolario, a cura di F. Brioschi e P. Landi, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 414.
[20] Cfr. Zib. 3993, 19.12.1823, in cui Leopardi riporta questa citazione dalle Lettres du Roi de Prusse et M. d’Alembert. Lettre CCXXXVII, du Roi. Si veda anche Il Parini ovvero della gloria.
[21] Zib. 204, 10.8.1820.
[22] Zib. 115, 7.6.1820. Da sottolineare che, conscio che la notorietà e la gloria hanno un carattere effimero, il Didimi riuscì però a mantenere intatti i propri valori più alti, anche quando fu all’apice del successo ed è pure interessante ricordare che egli si impegnò attivamente in politica organizzando attività di cospirazione di ispirazione mazziniana. Quando poi la sua età lo costrinse a diradare gli impegni sportivi egli si dedicò ai suoi incarichi pubblichi tra i quali quello di amministratore del Comune di Treja.
[23] A un vincitore nel pallone, vv. 1-2.
[24] Zib. 3437-38, 15.9.1823.
[25] A un vincitore nel pallone, vv. 33-34.
[26] Zib. 115, 7.6.1820.
[27] Zib. 172-3, 12-23.7.1820.
[28] Lo “zappator”, il “legnaiuol” delle sue liriche.
[29] Zib. 4259, 24.3.1827.
[30] W. Binni, Lezioni leopardiane, La Nuova Italia, Firenze 1998, p. 175.
[31] Sembra che il Didimi nel maggio del 1830 chiedesse, per una sua eventuale esibizione a Macerata, un compenso di non meno di 600 scudi romani. Calcolando che all’epoca un maestro elementare dello stato pontificio guadagnava dai 25 ai 6° scudi l’anno, si può ben valutare l’entità del cachet richiesto.
[32] La Ginestra, vv. 101-102.