“MORTAL PROLE INFELICE” (v. 199 de “La Ginestra”)           

Riflessioni sull’antropologia e sull’etica leopardiane.

 

 

Ci ritroviamo, a distanza di quattro anni dal bicentenario, insieme al nostro Giacomo. Egli è ormai diventato un amico poiché abbiamo imparato a conoscerlo attraverso i diversi incontri. Ci sono, però, degli aspetti della sua personalità che, solo ultimamente, vengono posti a confronto con l’Opera e, di conseguenza, sono esaminati e discussi. Fino a poco fa, infatti, non venivano ritenuti di particolare rilievo e così si trascurava di studiare e approfondire i medesimi in corrispondenza con le liriche e le Operette Morali; allo stesso modo, certi passi dello Zibaldone, particolari che si trovano qua e là sparsi nell’Epistolario, nei Pensieri, e in altri Progetti letterari, non erano oggetto di particolare attenzione da parte dei leopardisti, (così come non lo erano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza e prime esercitazioni poetiche).

Sono riflessioni che riguardano il quotidiano, il vissuto di ogni giorno, riflessioni personali sulla vita e sull’uomo che, senza avere la pretesa di toccare teoreticamente temi metafisici, fanno parte dell’esistenza di ognuno di noi.

 

Chi era veramente l’uomo Leopardi? Era veramente quel pessimista, frustrato, quasi paranoico, forse un po’ malato di testa che gli studenti recepiscono  sotto le spiegazioni dei docenti o attraverso certa manualistica un po’ datata?

Attenzione: sto parlando dell’uomo Leopardi, non del poeta di cui non è qui in discussione la grandezza!

 

Mi sono chiesta spesso come Giacomo guardasse alla vita altrui; con  superiorità (era nobile!), con desiderio di capire, con interesse, interesse che diventava fruttuoso per un pensiero successivo, o forse con umana invidia? Ma come, si obbietterà, Leopardi poteva invidiare qualcuno? Eppure è così, è una quieta invidia per quel piccolo fattivo mondo recanatese che si affaccendava e si affannava nel lavoro quotidiano; egli guarda “lo zappatore” che, fischiando, “riede alla sua parca mensa” pensando al riposo del giorno festivo, e al “legnaiuol, che veglia/ Nella chiusa bottega alla lucerna” (Il sabato del villaggio), alla “vecchierella” che siede sull’uscio di casa a filare. Invidia poiché queste umile persone appaiono, ai suoi occhi, fortunate perché non sono tormentate da quelle che chiama “occupazioni interiori”, da quei “martirii del pensiero” che è tipico del filosofo e dello studioso. Giacomo si affaccia a quella finestra che guarda la piazzetta e, dopo aver deposto la penna, guardando quell’umile mondo affaccendato, privo di titoli nobiliari e senza erudizione,  vorrebbe essere al suo posto, lui prigioniero del proprio rango e del proprio pensiero, poiché sa che “il modo di occupazione con la quale la vita si fa manco infelice che con alcun altro, si è quello che consiste nel provvedere ai propri bisogni” . Sono “i piccoli fini della giornata” che tengono lontana la noia, intesa in senso profondo, esistenziale, quello che Montale chiamava “male di vivere”. Ecco ai suoi occhi il valore del lavoro, della tradizione, della semplicità della vita.

Il quotidiano era dunque, anche per Leopardi, oggetto di riflessione. Egli non era chiuso in una torre d’avorio, luogo che noi, “comuni mortali” riserviamo nella nostra mente agli uomini illustri.

Anche noi osserviamo ciò che ci circonda, a volte esprimiamo giudizi, a volte scuotiamo la testa rassegnati, altre volte vorremmo che il mondo fosse diverso, la gente meno egoista, più amabile, più disposta alla compassione e alla comprensione, che qualcuno ci consolasse quando siamo rattristati, che capisse la nostra solitudine e il nostro bisogno di essere ascoltati.

 

Ho gettato sul tavolo della nostra riflessione qualche provocazione prima di tornare a casa Leopardi dove abbiamo lasciato l’adolescente Giacomo al suo tavolo di lavoro. Un grosso tomo un po’ polveroso aperto allo studio, il dito medio della mano destra un po’ sporco del nero inchiostro di cui è riempito il calamaio di porcellana che attende il bacio di una penna. Di quella penna alla quale dobbiamo la fortuna di poter sfogliare quelle “sudate carte” che sempre ci consolano e innalzano il nostro spirito.

Bello questo quadretto idilliaco che possiamo anche contestualizzare, dopo la nostra visita a palazzo Leopardi.

Ma questa è poesia; guardiamo un po’ alla prosa di quella coperta posata sulle ginocchia per ripararsi dal freddo, del cibo forse un po’ scarso, del bisogno di calore, del desiderio di essere stretto tra le braccia di qualcuno, di una carezza, del desiderio di essere riconosciuti per quello che si è, di essere capiti, di.., di…, di…

Quante cose servono all’uomo per vivere! Se vuole vivere e non solo esistere.

E’ questo il titolo della mia ricerca “Vita ed Esistenza nello Zibaldone di G.L.”. Titolo che richiama proprio la distinzione che Leopardi stesso fa nello Z. tra vita ed esistenza. Questa antitesi  compare per la prima volta nel 1821 quando egli si chiede: “La somma vera della vita dov’è maggiore? In quello stato dove ancorché gli uomini vivessero cent’anni l’uno, quella vita monotona e inattiva, sarebbe (com’è realmente) esistenza ma non vita, anzi nel fatto, un sinonimo di morte? ovvero in quello stato, dove l’esistenza ancorché più breve, tutta però sarebbe vera vita?” e poi continua nel 1823 fino al 1824, anno di composizione delle Operette Morali con sempre maggior accentuazione.

Così la vita, che prima era identificata con la natura (la natura ama la vita poiché essa stessa esiste e vive) viene, invece, a staccarsi dalla natura, quando questa mostrerà il suo vero volto, prima di madre indifferente e poi di matrigna. Così Leopardi dirà che la “natura non è vita, ma esistenza e a questa tende non a quella”. Questo perché la natura, secondo Leopardi, ora è cieca materia e, come tale, è completamente indifferente alla sorte dell’uomo al quale è donata solo l’esistenza e non la vera vita, la felicità.

In questo modo Giacomo perviene a identificare la vita con il bene e l’esistenza con il male ed è questa la contraddizione che lo tormenterà fino alla fine. Si può dire che il tragico, in Leopardi, non è tanto la negazione della vita (meglio non essere nati) quanto l’esclusione dalla vita, come a lui è successo.

 

Cos’è, infatti, la vita, per Giacomo?

E’ la capacità di concepire illusioni, “somiglianze d’infinito” meravigliose larve”, la capacità di sognare, la capacità di entusiasmo, di calda passione, di quello slancio che porta a compiere grandi azioni o anche solo a coltivare un alto ideale. Tutto questo richiede una accentuata sensibilità, anche se comporta un’altra faccia della medaglia e cioè: se la vita è concepita come un massimo di sensibilità, questo rende sì più viva la gioia, l’entusiasmo ma, d’altro lato, acutizza il dolore. Un’ambivalenza con la quale Giacomo si è scontrato fin dall’infanzia e che gli fa riconoscere come se allo sviluppo dell’immaginazione sia necessaria la felicità abituale o, almeno, momentanea, allo sviluppo del sentimento sia invece necessaria la sventura. Ed è al sentimento, inteso in chiave letteraria-romantica, che proviamo ora a riferirci, a quel sentimento che diviene attitudine a cogliere l’infinito in forma poetica. Ricordiamo anche l’aspetto che già Pascal delineava e cioè il sentimento inteso come facoltà conoscitiva; il sentire del cuore che si oppone alla conoscenza razionale o che almeno chiede di esserle vicino. Anche Leopardi, lo ricordiamo, auspicava un’unione di ragione calda e ragione fredda.

 

Vivere con slancio, con passione, con entusiasmo, vivere leopardianamente insomma, può però non bastare a coloro che possiedono una ricca vita interiore; l’uomo, si è detto, è come un filo teso tra la bestia e il divino e a quest’ultimo sempre tende. Ma l’uomo è creatura, non dio, e, come tale, deve fare i conti con un limite invalicabile.

Si può superare in qualche modo l’ostacolo, il limite, la siepe, il muro che ci impedisce di Vivere, di far sì che la nostra esistenza vada oltre il meramente fenomenico? Si può, con la forza della poesia. Solo ai poeti, creature privilegiate, questo è dato. Leopardi lo ha dimostrato; fonte che sgorga vita altissima è la sua poesia e quando diciamo poesia, il pensiero corre al vertice, all’Infinito. Lì egli ha oltrepassato quel limite che segna il nostro essere creature, la nostra conoscenza limitata al finito, a ciò che non ci potrà mai appagare; là egli ha assaporato “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”; là la ragione “facoltà più materiale che sussista in noi” viene sopraffatta dalle emozioni del cuore che per poco “non si spaura” per aver oltrepassato quel limite che gli era interdetto.

Ma questa esperienza è goduta solo dal poeta, e solo dal suo cuore, poiché la sua ragione, rimasta ferma sul limite, nulla ha potuto cogliere  di quell’oltre che, per un attimo, si è reso luminoso agli occhi del cuore del poeta. Poiché è grande poeta, di questo “viaggio” gli rimarranno le parole (sempre inadeguate ma per noi sublimi) per offrirci almeno una parvenza di quel suo contemplare.

E noi godiamo di quel riflesso, di quel canto universale che rappresenta il lamento dell’uomo-ragione confinato nel fenomenico, di quel canto che rappresenta una affermazione perenne di umano.

La base, lo sfondo di questo lavoro è allora l’antitesi vita/esistenza. All’interno dell’una e dell’altra ho cercato di esaminare le riflessioni leopardiane, così come emergono dalle pagine dello Zibaldone, che riguardano aspetti della vita - quali il sentimento e la vitalità, la compassione che è stata riconosciuta come condizione della più vera poesia di L. (è intesa come amore verso gli altri; le donne sono più portate ma superficiale, diretta verso poemi lacrimevoli e non efficace, poiché quella efficace è quella che ci “muove a sovvenire alle miserie altrui p. 61-62) e la consolazione, il divertissement leopardiano, la speranza (scintilla che non abbandona mai l’uomo nemmeno nel momento della più grande disperazione, poi p.72-73) – e dell’esistenza quali la noia, l’indifferenza (contrario della vitalità), l’impossibilità della perfezione (p. 117), il suicidio, la morte.

Dopo un primo capitolo introduttivo, dove riprendo il tema dell’educazione giovanile leopardiana, con particolare riguardo ai temi etici, i due capitoli centrali sono dunque dedicati ai concetti che prima ho detto.

Il capitolo che conclude la mia ricerca è rappresentato da una riflessione che si basa, oltre che sul “diario spirituale”, sui Pensieri e sull’Epistolario, e che riguarda il concetto dell’uomo in Leopardi, la sue idee intorno all’umiltà, la pazienza, l’ egoismo; il suo pensiero sull’amicizia, la sincerità ecc.. Piccole perle di saggezza, “un’arte del vivere” come lui stesso la chiamava, derivanti da una profonda osservazione dei diversi aspetti che emergono d’osservazione della vita che egli chiama prima “una commedia” (dove tutti gli uomini fanno la loro parte) e poi “prova di commedia” osservando come non ci siano più spettatori poiché tutti recitano “e le virtù e le buone qualità che si fingono, nessuno le ha, e nessuno le crede negli altri” .

Questi aspetti non sembrano per nulla insignificanti, quando si vuole tentare di comprendere la personalità di Leopardi che, lo ricordo, invitava a seguire un particolare metodo per conoscere e approfondire un argomento o un autore; egli invitava a considerare tutti gli aspetti di una questione, di cercare di vederli come dall’alto abbracciandoli con un solo sguardo, poiché il guardare solo ad una parte, come fanno le scienze esatte, impedisce di catturare il tutto rischiando di far perdere, ad es., la ricchezza, il profumo e la vita che ancora trasuda da un autore.

Mi sono perciò sforzata di seguire questo metodo scegliendo proprio certi aspetti che rimangono un po’ in ombra, nella convinzione che piccoli particolari, piccoli segnali qua e là sparsi nelle “sudate carte” leopardiane, possano fornire una visione diversa di questo grandissimo, ricordo prima di tutto, uomo, e poi poeta.

 

E così scopriamo che al centro dell’interesse del Nostro non è quella filosofia volta a studiare le problematiche della conoscenza ma, invece, l’indagine morale, l’etica; vista però non come teoresi, ovvero ricerca della soluzione di classici problemi morali quali ad es. normatività e responsabilità, eteronomia e autonomia ecc.. ma quell’etica che si può chiamare “critica della vita, che si rivolge all’uomo” e che risulta essere altamente umana e non lontana dalla morale evangelica e che si basa sulla compassione reciproca tra gli uomini accomunati dallo stesso destino.

Leopardi guarda all’uomo e mette in rilievo le sue debolezze, i suoi errori, la sua ridicola superbia e quell’egoismo che impedisce una forma di vita più umana. Da notare che egli non è animato da moralismo malevolo ma da amore verso i suoi simili. Al Giordani egli scriveva: “io non credo che i tristi vivano meglio di noi. Se la felicità vera si potesse conseguire in qualunque modo, la realtà delle cose non sarebbe così formidabile. Ma buoni e tristi nuotano affannosamente in questo mare di travagli, dove non trovi altro porto che quello de’ fantasmi e delle immaginazioni. E per questo capo mi pare che la condizione de’ buoni sia migliore di quella de’ cattivi, perché le grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente: sicché ristretti alla verità e alla nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non tedio infinito ed eterno?”  (1820, p.148). vedi anche lettera a Paolina a p.58, nota 54.

Sottolineo che non era uno che “predicava bene e razzolava male”; era, infatti, un uomo semplice e di grande modestia, che non lodava mai se stesso e che aveva grande rispetto per coloro che leggevano le sue opere al punto da scrivere queste righe nella Prefazione alle Rime del Petrarca da lui “interpretate”: dovunque io non ho inteso, ho confessato espressamente di non intendere acciocché il lettore, non intendendo, non si credesse né più ignorante né meno acuto dell’interprete” e aggiungeva che il suo commento era fatto per tutti, anche per i bambini, le donne e gli stranieri. E questo anche se era consapevole del fatto che però “chi vuol vivere si deve scordare della modestia” perché “gli uomini sono come i cavalli. Per tenergli in dovere e farsi stimare bisogna sparlare bravare minacciare e far chiasso”. Mentre invece egli è convinto che “gli uomini grandi sono modesti perché si paragonano continuamente, non con gli altri, ma con quell’idea di perfetto che hanno dinnanzi allo spirito e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla”.

 

Per concludere voglio sottolineare come il messaggio di Giacomo Leopardi si fondi sulla convinzione che sia l’amore, quell’amore che è “la vita e il principio vivificante della natura” la cifra che caratterizza la vita umana. Per questo egli auspica una rinascita della società che sia fondata su quella che ho chiamato “etica degli affetti”. E’ un messaggio che predica sì la fatica d vivere (come traspare dal concetto di esistenza) ma che mostra anche il coraggio e la forza di continuare il cammino con una “goccia d’illusione” e una “scintilla di speranza”.

 

 

 Conferenza-lezione per l’Associazione “Progetto di formazione continua” – Padova 19.4.2002