Nell’ambito della critica leopardiana il rapporto Leopardi-Kant ha sempre rivestito un grande interesse perché sembra davvero essere stato un incontro mancato. Sulla conoscenza di Kant in Leopardi - che più volte cita il filosofo tedesco (per lo più in senso negativo) nello Zibaldone -  è stato  scritto fin dalla fine dell’‘800 anche se si tratta per lo più di accenni  e/o vaghi rimandi. L’avvio ad una più approfondita e articolata indagine su questa questione, che merita di essere esaminata a fondo, è stato dato da Antimo Negri con il saggio  Leopardi e la filosofia di Kant (1971). Lungi dall’essere esaurita, la problematica rimane aperta ad ulteriori indagini e sviluppi proprio per i diversi spunti filosofici ed etici che provengono dal pensiero leopardiano.
Il presente volume raccoglie i saggi già pubblicati dall'autrice sull’argomento insieme all’inedito Leopardi e Kant: un poeta e un filosofo alle radici della loro formazione.



L'incontro impossibile tra Kant e Leopardi.

"Riprendendo lo spunto dal saggio "Leopardi e la filosofia di Kant", pubblicato esattamente quaranta anni fa da Antimo Negri, la studiosa Loretta Marcon ritorna sull'argomento con un libro importante e dedicato non solo agli addetti ai lavori. Nella prima parte emerge la caratura filologica dell'autrice, la quale si muove perfettamente a proprio agio tra le pagine dell'opera del poeta di Recanati. In questo caso, all'interno dello "Zibaldone", da cui emerge con chiarezza la mancata sintonia con Kant e, più in generale con i pensatori tedeschi, considerati troppo astratti: "l'esattezza è buona per le parti, ma non per il tutto", scrive Leopardi il 5 ottobre del 1821. E aggiunge: "Ella costituisce lo spirito de' tedeschi, or ella o non è buona o non basta alle grandi scoperte". Nella seconda parte, dedicata alla fase della giovinezza dei due autori, Loretta Marcon sottolinea il tipo di religiosità sottesa alla pedagogia ricevuta sia dal filosofo tedesco - il totale rigorismo del pietismo del Collegio Fridericianum, - sia dal poeta italiano, la più "morbida" visione incontrata nella "ratio studiorum" dei gesuiti, seguita quasi integralmente nel "domesticum lycaeum" di casa Leopardi e ben sintetizzata da questa sentenza di sant'Ignazio di Loyola, che di per sé già mette in luce la distanza tra il filosofo rigoroso della Ragion pura e il poeta-filosofo dell'Infinito: "Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l'anima ma il sentire e gustare le cose interiormente".

(Il Foglio, 9 marzo 2011)





"Chi oggi studia Leopardi non scolasticamente scopre un universo: ciò non accade con i grandi scrittori ma con la categoria superiore dei geni, dei grandi che hanno il dono e la croce di esprimersi sommamente in un'arte: poesia, musica, pittura. Tu credi di leggerli, ascoltarli, guardarli e invece sono loro a farlo nei tuoi confronti.Con questa intelligenza, apertura e libertà Loretta Marcon studia da anni Leopardi. Con questo testo offre 160 sorprendenti pagine di confronto tra personalità lontane con alcune affinità e dissomiglianze vistose.Leopardi studiò in certa misura Kant, che morendo nel 1804 non lo conobbe: come possono accostarsi il poeta del cuore e dell'immaginazione, che negativamente considerava i sistemi filosofici 'poemi della ragione', e il tedesco riduzionista della conoscenza, che considerava i voli spirituali 'idee' non dimostrabili? Eppure anche Leopardi segnava un limite (tragico) alla conoscenza; limite che per Kant è negativo, ma anche necessario alla modestia del conoscere, mentre invece per Leopardi segna il 'misterio eterno dell'esser nostro'.Il vero punto d'incontro tra loro fu una purissima tensione morale alla felicità, che ad entrambe faceva levare gli occhi alle stelle e l'animo all'ignoto. Eredi, più di quanto credessero, delle follie di Rousseau, per cui chi pensa è corrotto, contribuirono entrambi ad aprire la strada alle nuove vie, nel pensare e nel sentire, del Romanticismo."

(G. Casoli, Città Nuova, n. 6, 2011, p. 71)



"Si sa che Giacomo Leopardi passò la giovinezza trai libri della biblioteca paterna, si sa dei suoi non facili rapporti con la madre, è noto il suo pessimismo forte tanto quanto la nostalgia di un infinito peraltro intuito come ambiguo, è conosciuta la sua critica della religione. Può destare meraviglia l’accostamento tra Leopardi e Kant, anche se questa via di riflessione fu già aperta da uno studio del filosofo Antimo Negri pubblicato nel 1971. Il volume che presentiamo raccoglie quattro saggi della Marcon sull’argomento.
Si inizia con una questione preliminare: Leopardi conosceva Kant?, cui va data risposta in modo storico-filologico. Il giovane Giacomo si era dato allo studio delle lingue, senza però arrivare a leggere in modo corrente quella tedesca, la quale suscitò sempre il suo interesse. Parecchie conoscenze lo avvicinarono a quella letteratura. Vi furono lo zio Carlo Antici (che fu paggio alla corte di  Monaco), un canonico tedesco che frequentava casa Leopardi, la lettura dell’opera  De l’Allemagne di M.me de Staël, la consultazione dei sette volumi di storia della letteratura universale di un ex-gesuita spagnolo editi nel 1763. Si aggiungano le amicizie con illustri tedeschi: il Niebuhr, il Tirsch, lo Schultz, che scriverà in Germania la prima monografia sul poeta italiano. Il giudizio sulla lingua tedesca fu sempre negativo: essa manca di parole al tempo stesso precise e intensamente espressive. Fu anche negativa la valutazione portata su Kant e sulla filosofia tedesca: un eccessivo spirito di sistema, il perdersi in “favole e sogni” di tipo razionalistico. Ma – si chiede la Marcon – tra Kant e Leopardi non vi sarebbe nulla in comune? Kant riconosce che l’uomo si raffigura inevitabilmente un paradiso e prende distanza proprio da tale tendenza in nome di una lettura disincantata della natura, della civiltà, delle illusioni religiose popolari. Una parentela non marginale dunque.
Il secondo saggio affronta quest’ultimo tema da un punto di vista biografico: l’intensa educazione religiosa del fanciullo Kant e del fanciullo Leopardi che – per reazione – di avrebbe avviati  alla diffidenza in fatto di teologie. Dei quattro saggi di cui si compone il libro, questo è forse il più ricco in fatto di notizie e dettagli spesso coloriti. Kant ricorderà in modo sempre favorevole la madre e gli insegnamenti ricevuti da lei. Donna pia e di sana religiosità, attenta all’educazione morale del figlio. Il padre era un artigiano (faceva il sellaio) che doveva avere l’etica della rettitudine propria delle corporazioni. I genitori di Kant vollero dare al figlio l’educazione migliore, e a otto anni lo iscrissero al collegio  Fridericianum, di indirizzo pietistico. Il Kant maturo valuterà in modo positivo l’educazione morale ricevuta dalla madre, mentre sarebbe stata “lugubre” l’educazione religiosa del collegio. L’infanzia del Leopardi fu segnata in maniera ancora più dura dalla ossessiva religiosità della madre e da pratiche di pietà intensamente affettive. Diverso era il padre, il quale univa alla fede avita non solo una generica stima per la ragione ma altresì prese di posizione in campo teologico e profano che risentono della cultura illuministica. Giacomo conobbe ben presto la cultura non più cristiana dell’epoca nuova: è singolare che ciò sia avvenuto mediante la lettura delle opere destinate a criticare, citandole, le tesi illuministiche.
Il terzo saggio continua il paragone tra Leopardi e Kant situandosi su un terreno filosofico. Ambedue valutano positivamente altre capacità umane. Per Kant esse sono le capacità morali. E per Leopardi? Egli usa esprimersi mediante termini quali: immaginazione, sentire, infinito, immenso, spazio aperto sempre al di là di un limite visibile, silenzi profondi, ampi e sereni. Ma ognuna di queste parole contiene in sé la propria critica: l’immaginazione è un fingersi, il sentire va contro ogni verosimiglianza razionale, l’infinito e l’immenso sono sparizione delle cose reali e, forse ancor più, sono troppo carichi di ambivalenze. L’infinito – osserva Leopardi – è forse un indefinito, lo spazio si rivela vuoto e dunque è il nulla puro, il piacere, che dura un attimo, nasce e si riproduce come un provvisorio sollievo di un desiderio carico di sofferenza, poiché senza la percezione dolorante di una mancanza non ci sarebbe neppure vitalità protesa verso un assente. La vita sarebbe perciò una corsa di cosa in cosa, in istanti sempre identici e sempre rinascenti, sino alla morte.
Kant teorizza la distinzione tra il “limite” (che definisce la buona completezza di un ambito del conoscere possibile a un uomo), e il “confine” che indica una mancanza e rimanda a un non-ancora. Leopardi ben conosce il limite (la ragione non gli permette di andare oltre la “soglia”), e tuttavia non si acquieta al suo interno. “Come potrà essere che la materia senta e si dolga e si disperi della sua propria nullità?”, egli scrive. Va qui ricordato che per Leopardi la materia, la ragione e la felicità intesa come piacere sono realtà collegate. Ma se è così – si chiede la Marcon - , perché il cuore non potrebbe avvertire una verità non accessibile alla ragione?  Soltanto al cuore “spetta il sentire […] e penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita”.
L’ultimo saggio raccolto nel libro cita nel suo titolo un nome oggi sconosciuto (Hufeland, autore dell’Arte di prolungare la vita) e intende parlare anche del “corpo”. Si apprende infatti che Kant bambino e Leopardi bambino soffrivano a tratti di un controllo quasi compulsivo del proprio corpo. Ma poi le strade divergono. Nonostante affermazioni di principio contrarie (si deve tutelare la propria salute per distaccato e universale dovere), Kant si dà non poca pena in tutto ciò che riguarda la salute e, anzi, il ben mirato prolungamento della propria vita. Egli fa questo con scienza e con metodo, e già i contemporanei ne erano meravigliati. Sull’argomento della salute c’è uno scambio epistolare con lo Hufeland: la persona anziana – osserva Kant – merita rispetto proprio perché ha saputo, con arte e autodisciplina, arrivare a una tarda età; è vero però che gli anziani sono più sopportati che amati. Anche Leopardi ebbe notizia dell’opera di Hufeland, ma la reazione è di segno opposto. Ciò che conta è la felicità, non la durata, e lo scorrere della nostra vita è per la maggior parte “piuttosto durare che vivere”. Peggio ancora: proprio la “ragione” (quella scientifica e metodica di Hufeland) è un sintomo “dell’invecchiamento dell’animo nostro”. Ma chi invece volesse dirci qualcosa sull’arte di ottenere felicità dovrebbe insegnarci il modo di moltiplicare “di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni”.
Il libro della Marcon è ricco di rinvii eruditi e di testi citati che aiutano a pensare. I testi di Leopardi, in particolare, sono ricchi di illuminazioni e domande che possono essere dette ora senza data, ora frutto maturo della autoanalisi suscitata dalla spiritualità cristiana (anche cattolica), ora tipiche della contemporaneità europea. Colpisce l’andirivieni tra un materialismo scientifico (già assai carico?) e un dubitante saggiare il fascino dell’infinito. Tutto avviene in un ambiente fatto di passi umani, di casi biografici, di idee e di domande che si intessono. Una vita insomma."

(G. Nardone, “La Civiltà Cattolica”, anno 162, vol. III, 3 settembre 2011).



“Loretta Marcon con i suoi studi sta dimostrando una “lunga fedeltà” alla poesia e al pensiero di Giacomo Leopardi, di cui sta indagando con cura affettuosa la formazione e gli influssi culturali. Una impresa intellettuale faticosa e impegnativa per un intellettuale come il Recanatese coltissimo e capace di cogliere gli stimoli più fecondi dalle fonti più disparate, vuoi quelle da classiche o bibliche vuoi quelle moderne e contemporanee, come i philosophes, con i quali seppe intrecciare un dialogo di rara intensità critica. Ciò che caratterizza l’approccio della Marcon al pensiero leopardiano, al di là dell’acribia filologica, è lo sforzo di rintracciare, al di là delle incrostazioni critiche e di una certa semplicità manualistica, che ricorre inevitabilmente a formule troppo strette per un pensiero sempre in movimento, l’ “umanità” (è parola usata dalla studiosa) della figura dell’uomo Leopardi, ragion per cui spesso si ricorre al nome proprio Giacomo e non al cognome, vezzo che si perdona volentieri alla Marcon.
Nei saggi raccolti in questo volume, di cui uno solo è inedito, Loretta Marcon traccia i possibili motivi di contatto o le ragioni della distanza tra il poeta-filosofo recanatese e Immanuel Kant.
Il primo problema è costituito dalla effettiva conoscenza del filosofo di Königsberg da parte di Leopardi, che cita Kant nello Zibaldone: anche se il poeta conosceva alcuni prestigiosi intellettuali tedeschi, dal Niebhur al Bunsen, è improbabile che conoscesse il tedesco e pertanto le sue informazioni su Kant erano indirette, magari attraverso l’opera della de Staël, e comunque riflettevano le idee della cultura italiana del suo tempo sulla filosofia tedesca. Il secondo saggio è un parallelismo tra la formazione giovanile di Leopardi e quella di Kant con particolare rilievo per le relazioni familiari, più difficili da districare nel primo caso, apparentemente più lineari nel secondo. Infatti se Kant, dopo la perdita del padre in età giovanile, ebbe un rapporto stretto con la madre, donna dalla profonda religiosità pietistica, e studiò in una scuola pubblica, il Collegium Fridericianum della sua città, Leopardi si formò, come si sa,nella biblioteca paterna sotto la guida iniziale di precettori religiosi e del padre Monaldo, ma proseguì nello studio “matto e disperatissimo” da geniale autodidatta, e ciò avvenne in particolare per la straordinaria conoscenza del greco, strumento fondamentale per la sua cultura e per la sua produzione artistica e filosofica. La Marcon, grazie anche al vaglio di numerose carte della famiglia Leopardi, si sforza di far uscire dagli stereotipi consolidati non solo il ruolo e la personalità di Monaldo Leopardi, ma anche quelli della madre Adelaide Antici, la cui severissima religiosità si spiegherebbe, secondo la studiosa, più come il riflesso della sensibilità del tempo che come il frutto di un carattere crudele e indifferente alla felicità dei figli.
Con questi due saggi, però, non ci è ancora avventurati in un confronto diretto tra il pensiero dei due autori, cosa che avviene nella seconda parte del libro, quando si affronta la questione del “limite” e la considerazione del corpo e della vita in Kant e Leopardi.
Non è qui il caso di seguire da vicino l’analisi specifica della Marcon. Osserviamo solamente che la studiosa nota, a proposito del limite, che, se per Kant esso vale in ambito gnoseologico e che non è superabile, Leopardi “canterà, allora, con l’universalità delle sue liriche, il lamento dell’uomo-ragione, confinato nel fenomenico, con nel cuore il rimpianto del senza tempo, del senza spazio, del senza corpo”. Inoltre la Marcon individua nel pensiero del medico tedesco Christoph Wilhelm Hufeland un punto di confronto delle riflessioni sulla vita e sulla salute di Kant e di Leopardi. Ancora una volta le differenze tra Kant e Leopardi sono significative: il filosofo tedesco cerca i modi per prolungare la vita in modo sano, il poeta italiano ritiene che prolungare la vita non sia desiderabile.
Loretta Marcon con il suo lavoro ha indicato quanto proficua possa essere questa via di studi; sarebbe auspicabile ora proseguire affrontando anche alcuni dei punti chiave del pensiero kantiano, dalla Critica della ragion pratica alla densa Critica del giudizio, dove non mancano pagine dall’intonazione leopardiana.”

(Mirco Zago, “Padova e il suo territorio”, n. 153, ottobre 2011)