1 - L’ILLUMINISMO NELLA FORMAZIONE FILOSOFICA DEL PENSIERO DI LEOPARDI

 

2 - “INCONTRO” SUL LIMITE: KANT E LEOPARDI.

 

INTRODUZIONE

 

Di solito, quando devo parlare di Giacomo Leopardi, mi piace fare una premessa.

Infatti, molti sono i pregiudizi intorno a questa figura di poeta-filosofo che non ha eguali nella nostra letteratura, e molte le etichette che gli sono state applicate, a volte troppo semplicisticamente, anche da studiosi di fama. Questo fatto ha portato a determinare un ritratto che, molte volte, deforma la sua figura e rende come sfocata la sua personalità, generando l’impressione che, invece di avvicinarci a noi che lo studiamo, egli si allontani sempre più diventando inafferrabile.

Nei nostri ricordi di studenti, il poeta di Recanati è legato a poesie come Il Passero solitario e la Quiete dopo la tempesta. Non si conosce, ad esempio, il Leopardi della Palinodia al Marchese Gino Capponi o quello dello Zibaldone e dei Pensieri.

Fisicamente egli è colui che era "infelice perché brutto, gobbo",  dell'adolescente "un po' troppo intelligente, perché a sette anni sapeva già il latino e il greco e studiava come un matto senza mai uscire di casa e per questo diventò gobbo e malaticcio" e che a causa dello studio nella biblioteca del padre "ebbe un decadimento fisico e, rendendosi conto del suo aspetto esteriore,  acquistò elementi pessimistici" (da: “Lo stupidario della maturità”).

 

Ma chi era veramente Giacomo Leopardi?

 

Non deve stupire questa domanda. Nel caso di Leopardi, infatti, non si può parlare solo della sua poesia che pur rappresenta l'aspetto più importante e più conosciuto a livello universale (progetto Leopardi nel mondo), ma anche del suo pensiero. Pensiero che è stato ed è oggetto di studi continui; Leopardi è stato così annoverato di volta in volta tra gli illuministi, i romantici, i progressivi, gli stoici, i materialisti, gli atei ecc.. Per il Casoli egli è la “coperta corta” della cultura ideologica.

Io penso, invece, che sarebbe più corretto tenere conto che l'essere umano è un unicum irripetibile e l'insieme di stimoli, suggestioni, elaborazioni intellettuali, altrettanto esclusivo ed originale; e questo tanto più nel caso del nostro poeta filosofo (usiamo questo termine per definire la sua poesia-pensante o pensiero-poetante come è stato definito dal Prete).

Leopardi, infatti, presenta innumerevoli sfaccettature che si rivelano progressivamente alla mente dello studioso ricercatore, ma che si illuminano di una luce particolare agli occhi della mente di chi lo ama, contraddizioni apparenti e non, che troviamo nello Zibaldone, immensa miniera e diario spirituale (4526 pagine dal 1817 al 1832).

Per comprendere Giacomo, io sono convinta, bisogna, per così dire, intrecciare le ragioni del cuore e le ragioni della mente (per citare Pascal, autore amato e frequentato amato da L.), di ragione calda e ragione fredda, perché nello studio di Leopardi è necessario tenere conto dell'uomo tutto. Occorre un'"occhiata onnipotente" (come diceva lui stesso) che è quella del poeta non l'occhio dello scienziato, un “colpo d’occhio” che vede come dall’alto e abbraccia tutte le condizioni. Giacomo, infatti, rifiutava una speculazione di tipo analitico e le ragioni del cuore assumono così un valore speculativo per arrivare alla certificazione del vero, ad una spiegazione del Reale alternativa a quella dell'intelletto.

 

Poiché dobbiamo parlare di filosofia e di Illuminismo, ci chiediamo ancora: Leopardi fu filosofo? Ovvero approntò un sistema di idee compiuto?

Egli è stato definito piuttosto "moralista" (Operette): non poteva, infatti, isolarsi nella pura speculazione. Se però intendiamo con "filosofo", l'uomo che pensa profondamente o, secondo la definizione del Guitton, filosofo cattolico, "una persona alla ricerca del Vero", egli fu veramente un grande filosofo.

 

 

Infanzia, adolescenza e primi studi filosofici

 

Perché è importante parlare del primo periodo della vita di Leopardi, della sua "preistoria"? La psicologia ci insegna come siano fondamentali le basi che vengono poste nell'età infantile e adolescenziale in un essere umano; infatti sopra di esse poggerà il pensiero adulto. A mio parere è essenziale studiare a fondo questo periodo così come è essenziale studiare la biografia in collegamento con l'opera per comprendere appieno l'autore; è stato detto che Leopardi non sarebbe stato Leopardi se fosse vissuto in una situazione completamente differente da quella che invece fu la sua. Forse anche per la sua personale cognizione del dolore egli seppe guardare più a fondo degli altri nella realtà che lo circondava. Ma né le sofferenze fisiche, né quelle spirituali sono la spiegazione ultima o la causa prima delle convinzioni di Leopardi (che si ribellava, in una lettera al De Sinner nel '32, contro chi voleva spiegarsi il suo pessimismo totale), ma le une e le altre hanno parte determinante nella sua storia, e non possono essere minimizzate, né enfatizzate, ma solo continuamente considerate nell'intreccio e anzi nella confluenza di tutti gli elementi intellettuali e affettivi dell'intera poetica e filosofia leopardiane.

 

E’ stato ampiamente riconosciuto che la filosofia dei lumi, sia pure indirettamente, è il terreno sul quale principalmente affonda le sue radici il pensiero leopardiano, ma, come già ho detto prima, attenzione a parlare di un Leopardi illuminista, materialista, romantico, ateo o quant’altro, perché le idee leopardiane non possono essere ricondotte a nessun movimento o pensatore in particolare, in quanto se è vero che tipicamente illuministici erano molti dei temi da lui considerati, è anche vero che egli giunse a soluzioni e a conclusioni del tutto originali.

 

 Fino a pochi anni fa, dunque, la formazione filosofica del giovane Leopardi non era stata considerata importante e quindi non veniva adeguatamente studiata, probabilmente perché si trattava di studi che preparavano alla carriera ecclesiastica alla quale la famiglia l'aveva destinato (portò la veste scura e la tonsura dal 1810 al 1819) ; invece questo periodo è da valutare seriamente, parliamo soprattutto degli anni che vanno dal 1810-12, biennio che conclude anche l'insegnamento che il precettore, il buon Don Sanchini gli aveva impartito,  perché "non aveva più altro da insegnargli".

 

Il 29.6.1798 nasce Giacomo Taldegardo Francesco Saverio Pietro a Recanati, nel quartiere di Monte Morello, primogenito di Adelaide Antici e di Monaldo, giovanissimi genitori poco più che ventenni. I tre maggiori ragazzi Leopardi vengono affidati prima ad un gesuita, padre Torres, che già era stato precettore di Monaldo e ne era divenuto amico, stabilendosi a palazzo e poi a Don Sanchini, prete romagnolo che proseguì sulla linea educativa del predecessore.

 

Durante questi anni, Giacomo e i fratelli, alternano ai giochi e alla ginnastica in giardino, gli studi severi al tavolino della biblioteca, tavolino che viene ricoperto con una copertina di lana per mitigare il freddo. Questo non impedisce gli scherzi tra i ragazzi. Esistono certi bigliettini scherzosi inviati da Giacomo alla sorella alle prese con la grammatica latina o allo stesso prete con tanto d'indirizzo: tavolino. Nei giochi e nelle finte battaglie che i ragazzi facevano in giardino, Giacomo si metteva sempre primo e nelle carriole trasformate in carri romani era lui che saliva e gli altri erano trasformati in schiavi. Oppure giocavano agli altarini e Paolina veniva chiamata Don Paolo perché portava i capelli corti e una stretta veste scura che la faceva somigliare ad un abate.

 

 

Qualche cenno sulla biblioteca Leopardi. (vedi Autobiografia di Monaldo all.)

 

La biblioteca è ricca di oltre ventimila volumi, al tempo di Giacomo dodicimila. Essenzialmente storica viene aperta, come si legge su uno degli ingressi, ai familiari, agli amici e a tutti concittadini con rara liberalità di Monaldo. Questi aveva iniziato giovanissimo a raccogliere libri alla rinfusa seguendo un criterio quantitativo; successivamente acquistò molti libri che provenivano da biblioteche dei conventi soppressi (siamo in epoca napoleonica) e altri che venivano portati alla fiera di Senigallia dalle navi che provenivano dalla Grecia e da Venezia.

L'editoria veneta è infatti fiorentissima e innumerevoli sono i volumi che andranno a rifornire gli scaffali della biblioteca. Questa si compone di quattro sale ed è articolata in diverse sezioni a seconda delle materie, ma si nota la prevalenza di testi sacri.

In questa biblioteca, dunque, Giacomo studia e si forma. Studia così intensamente che durante il periodo dello sviluppo, in lui assai precoce, il suo fisico si rovina irrimediabilmente, senza che il padre orgoglioso dei risultati del primogenito e la madre, essenzialmente occupata a risanare le finanze di casa, si accorgano del suo mutare fisico.

Lasciamo per un momento il nostro Giacomo, facendo una digressione che ci dia una idea del panorama culturale e filosofico di quegli anni.

In Europa la cultura egemone del settecento era quella illuministica che proveniva dalla Francia.

Non è certo il caso di dilungarci troppo intorno a questa filosofia perché ciò richiederebbe troppo tempo e ci porterebbe lontano. Ci limiteremo perciò a qualche cenno.

 

L’Illuminismo

 

§         Cos’è l’Illuminismo? L'Illuminismo, come disse Kant, è "l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro... Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E' questo il motto dell'Illuminismo".

§           L'Illuminismo è una filosofia ottimistica che si impegna e lavora per il progresso; alla base di questo progresso gli illuministi ponevano l'uso critico e costruttivo della ragione. E' una ragione controllata dall'esperienza che non si preclude nessun campo d'indagine: è la ragione che riguarda la natura e simultaneamente l'uomo. Tutto viene discusso e analizzato alla luce di questa ragione che finirà per diventare una dea.

§         Religioni:  Risultato dell'applicazione di questa Ragione, alla quale tutto deve essere sottoposto, è l'attacco a tutte le superstizioni delle religioni positive che gli illuministi irrisero con sprezzante sarcasmo. All'interno di questa filosofia si sviluppa un filone ateo e materialista, ma anche il deismo che è religione naturale e razionale (solo quello che la ragione può ammettere): l'esistenza di Dio, la creazione e il governo del mondo e la vita futura nella quale vengono ripagati il bene e il male. Però ad un certo punto non viene più sottolineata la distinzione tra credenza in Dio e religioni positive e quindi vengono combattute entrambe come ostacolo al progresso della conoscenza e come strumento di oppressione. Si arriva così all'ateismo e al materialismo.

§         Philosophes:  Gli esponenti del secolo dei lumi sono chiamati philosophes anche se non furono creatori di grandi sistemi teoretici, ma essi si ritennero maestri di saggezza e guida naturale della classe emergente: la borghesia; questa classe infatti è il soggetto del progresso.

§         Enciclopedia:  L'impresa maggiormente rappresentativa della cultura e dello spirito francese è costituita dall'opera collettiva che è L'ENCICLOPEDIA o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri; tra i maggiori collaboratori spiccano i nomi di Voltaire, Diderot, d'Alembert, d'Holbach, Montesquieu, Rousseau. Scopo è quello di unificare tutte le conoscenze. A questo proposito ricordiamo che la biblioteca di Monaldo possedeva l'Encyclopédie Méthodique stampata a Padova dalla Stamperia del Seminario che riuscì ad ottenere il previlegio della pubblicazione in francese, mano a mano che usciva dalle stamperie parigine; era questa una nuova edizione dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert con le voci ampliate di molto e raccolte per materie in altrettanti dizionari a  sé stanti, in modo da conferire alla trattazione una struttura più sistematica. Questa edizione venne purgata nelle parti più pericolose per la religione che riguardavano ovviamente la filosofia sensista e materialista ma anche arricchita di nuovi articoli come quelli che riguardavano la geografia dell'Italia.

§         Illuminismo negativo:  Ma non c’è stato, in questo periodo, solo un pensiero ottimistico. Bisogna ricordare che nonostante la visione ottimistica di fondo, il cammino dell’Illuminismo è spesso contraddittorio e aperto a momenti di assoluto scetticismo riguardo le capacità conoscitive umane. Vediamo ad esempio come La Mettrie (1709-1751) medico e filosofo materialista ed edonista consideri come fine l’utilità sociale e il piacere individuale, condannabile solo se risultasse nocivo agli altri. Costui non ripone la felicità degli individui nel sapere, nella ragione e nella filosofia ma invece scrive che lo “spirito, il sapere, la ragione sono il più delle volte inutili alla felicità, e talora persino funesti e mortiferi” (Anti-Seneca). La Mettrie, inoltre, approva solo quella ragione che si mantiene entro i limiti naturali “se la ragione ci inganna, è quando vuole guidarci non tanto in base a se stessa quanto in base ai suoi pregiudizi; ma è una buona guida quando si fa guidare a sua volta dalla natura”. Proprio come Leopardi: “La ragione è nemica della natura, non già quella ragione primitiva di cui si serve l’uomo allo stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali…Questa l’ha posta nell’uomo la stessa natura… Nemico della natura è quell’uso della ragione che non è naturale, quell’uso eccessivo che è proprio solamente dell’uomo, e dell’uomo corrotto” (375). Leopardi ammette una ragione che si mantenga entro limiti naturali e condanna la ragione illuministica che produce l’egoismo perché più si sa, più la volontà è incerta e l’azione si paralizza, la ragione che matematizza la realtà, la ragione come funzione che scompone cose e sentimenti.  Ci sono altre analogie, che si potrebbero sottolineare, tra il pensiero di La Mettrie e quello di Leopardi (non ci sono opere nella biblioteca. Nell’elenco di letture dell’ottobre 1823 si nota L’elogio di La Mettrie scritto da Federico II di Prussia, sovrano illuminato) ma vi ho solo accennato, perché è necessario sottolineare che, nel ‘700, accanto al “Discorso dei Lumi” esiste anche il “discorso dell’Ombra” . Esiste quindi anche un “Illuminismo negativo” che critica la mitologia della ragione. Altri esponenti sono Rousseau, Federico II (l’uomo è fatto per agire e non per pensare o filosofare: citata tre volte nello Z.) e lo stesso Voltaire dopo l’evento del terremoto di Lisbona.

 

§         Idee dei genitori:  Torniamo ora a Casa Leopardi ed esaminiamo qual era la posizione di Monaldo Leopardi nei riguardi della cultura corrente. Egli è un nobile colto e di idee reazionarie con una ferrea religiosità ma questa però non contiene alcuna superstizione, tanto che egli rifiuta, ad es., di accettare i miracoli se non sono giudicati tali dalla Chiesa; quindi egli imposta l'educazione dei figli sulla base di una dominanza della razionalità contro ogni insorgenza emotivo-istintuale.

La madre Adelaide invece porta al limite estremo questo sistema di ragione-religione, arrivando ad una forma di "barbarie" che Giacomo delinea in una pagina celebre dello Zibaldone (353-56).

 

§         Educazione dei figli:  E’ un razionalismo questo che è l'altra faccia dello spiritualismo ossia la svalutazione di tutto ciò che in qualche modo ha a che vedere con il materiale e con il corporeo, di un atteggiamento che porterà i genitori ad educare i figli alla razionalizzazione per abituarli, fin dall'infanzia, a liberarsi dai terrori notturni e dalle paure per i fenomeni naturali ("tuoni- fratellino morto da baciare"). Questo aspetto meriterebbe un discorso approfondito che in questa sede si può solo accennare (vedere Gioanola e Casoli).

§         Gli studi:  Ma torniamo al nostro Giacomo che abbiamo lasciato al tavolino della biblioteca paterna. Per quanto riguarda il tema di cui ci stiamo occupando, diremo che, in questo periodo, il concetto di filosofia, in Giacomo è allineato a quello del padre e del precettore, ossia nella convinzione che la sana ragione conduce sempre ad accettare il cattolicesimo. I suoi componimenti sono ricopiati in ordine e con calligrafia curatissima in piccoli quaderni corredati di titolo e sono soprattutto componimenti riguardanti argomenti religiosi dove appunto la religione è presentata in modo tetro e minaccioso, e dove domina l'idea di colpa dell'uomo e della giustizia divina che punisce. Dio è presentato, non come Padre, ma come giudice fulminatore secondo l'idea di Dio che è più affine all'antico Testamento che al Nuovo; di Dio viene messa in primo piano la funzione sanzionatrice e punitrice. Molte volte il giovane Giacomo recitava discorsi sacri che componeva lui stesso, nella Congregazione dei Nobili di S. Vito; questi discorsi sono scritti con l'enfasi di un predicatore e dovettero procurare grandi elogi al giovanissimo autore.  Considerato il periodo storico-culturale, prima accennato, è evidente come il giovane Giacomo sia impegnato in una crociata contro gli errori della filosofia illuministica nella difesa della fede.

§          

§         Le opere e gli autori:  I testi usati per lo studio, che gli scaffali di Monaldo contenevano in gran quantità, sono testi di apologetica cattolica del tardo '700 scritti da dotti ecclesiastici che si erano trasformati in eruditi apologeti e attraverso i loro scritti combattevano le idee illuministiche.  Ma qual era la caratteristica di queste opere?

La particolarità stava nel metodo usato dagli autori: un metodo per così dire "illuministico" che consisteva nell'incalzare l'avversario scendendo sullo stesso campo ossia usando argomentazioni dialettiche e razionali per smontare le tesi avversarie;  tale era ad es. il metodo di p. Valsecchi (1708-1791) domenicano che insegnò a Padova e fu autore di opere come Dei fondamenti della religione e dei fonti dell'empietà  e La religion vincitrice, testi largamente usati dal Leopardi come vedremo. 

Questi testi erano densi di citazioni di illuministi famosi quali il Rousseau, il Voltaire, il Bayle, Locke e altri; soprattutto il padre Valsecchi riportava ampie citazioni dalle opere di questi filosofi allo scopo di meglio illustrare la sua confutazione.

 

E' dunque attraverso questa forma di conoscenza indiretta che il Leopardi giovinetto venne a conoscere  "l'empia filosofia del secolo decimottavo".

 

§         Gli studi filosofici Il biennio 1811-12 è  dunque dedicato da Giacomo agli studi filosofici che dovevano prepararlo alla teologia. Ogni anno di studio si concludeva con la presentazione di un lavoro che illustrasse gli studi svolti; questi lavori sono Le Dissertazioni filosofiche ( in quel tempo la filosofia non era solo ciò che noi intendiamo oggi, ma comprendeva studi di fisica). In queste Dissertazioni, il giovane Leopardi cita molti filosofi del secolo decimottavo e le loro tesi, allo scopo di dimostrarne la falsità.  Le Dissertazioni mostrano un consapevole entusiasmo intellettuale e Leopardi si muove cautamente nei binari dell'educazione tradizionale ma, venendo a contatto con nomi prestigiosi e "pericolosi" dell'illuminismo, pur difendendo e polemizzando con il fervore dell'indottrinato, dimostra di essere attratto dalla novità delle loro posizioni.   Solo successivamente egli potrà leggere direttamente le opere dei filosofi che tanto lo attiravano, ma dovranno passare molti anni ancora. (Esempio del Fréret che leggerà direttamente nel 1827).

 

Questa fase del pensiero leopardiano è dunque una fase di erudizione che rispecchia un modello illuministico di impronta razionalistica.

 

§         Lo Zibaldone:  Sappiamo che nel 1817 Giacomo inizia le sue annotazioni nello Zibaldone e da queste noi possiamo capire come quei filosofi, contro i quali, giovinetto ardente, si era scagliato, animato da spirito di crociata antimaterialistica, ora lo interessino particolarmente. Incontriamo, infatti, i nomi di Cartesio (1596-1650), del Locke ( 1632-1704, che conosceva attraverso la mediazione delle opere dell’abate Soave 1743-1806), di Rousseau (1712-1778), di “Leibnizio” (1646-1716), di Kant (1724-1804) e altri. Notiamo però che si tratta più di una serie di giudizi e riflessioni che non dimostrano una vera e propria conoscenza.

A questo punto è utile ricordare ciò che lui stesso scrisse, probabilmente nel 1817-18: “a ogni modo mi sono avveduto che la lettura de’ libri non ha veramente prodotto in me né effetti o sentimenti che non avessi, né anche verun effetto di questi, che senza esse letture non avesse dovuto nascer da se: ma pure gli ha accelerati, e fatti sviluppare più presto, in somma sapendo io dove quel tale affetto moto sentimento ch’io provava, doveva andare a finire, quantunque lasciassi intieramente fare alla natura, nondimeno trovando la strada come aperta, correvo per quella più speditamente”.

 

Il secondo pensiero che vorrei ricordare è quello in cui parla di se stesso e della facoltà imitativa che egli intendeva come una delle parti principali dell’ingegno umano:

 

“ Esempio mio, che con una sola lettura, riusciva a prendere uno stile, avvezzandomicisi subito l’immaginazione, e a rifarlo ecc.. Così leggendo un libro in una lingua forestiera, m’assuefacevo subito dentro quella giornata a parlare, anche meco stesso e senza avvedermene, in quella lingua” (1821)

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Da questi due pensieri possiamo rilevare due fattori importanti: 1) la dichiarazione che le letture fatte non avrebbero fatto nascere nessun nuovo sentimento, ma solo confermato e come sospinto il nostro Leopardi verso una nuova strada, già comunque da lui conosciuta; 2) ogni lettura fatta con attenzione veniva da lui assorbita in modo tale che gli veniva naturale imitarne lo stile. Per Giacomo l’imitazione e lo studio sono dunque la base e la strada dell’originalità. Questo dobbiamo tenere presente quando ci troviamo davanti a certe “etichette”.. Come ebbe a scrivere il Pacella, nella sua Introduzione allo Zibaldone, bisogna “evitare la facile suggestione dell’analogia in una materia così complessa, non solo per esigenze metodiche di cautela ma anche perché ho sentito, come lettore, un istintivo rispetto per una vicenda umana vissuta e sofferta con una intensità e un coraggio mentale che non potrebbero derivare da nessuna “fonte” ma che sono solo ed autenticamente di Leopardi”.

E’ chiaro perciò che, pur riconoscendo la matrice settecentesca del pensiero leopardiano, le idee dei diversi illuministi sono da considerare per lo più come “influssi che assecondano un’inclinazione, fonti non casuali che concorrono a nutrire e ad arricchire una personalità che aveva in sé le decisive ragioni della sua verità (Frattini).

 

§         I problemi:   Proviamo ora a vedere solo un paio di esempi per illustrare come Giacomo si discosti dai tipici temi dell’Illuminismo:

 

1 -  Il problema della felicità: nel secolo dei lumi era diffusa la morale eudemonistica che, spesso, inclinava verso l’edonismo (l’identificare la felicità con il piacere). Anche in Giacomo questo problema è centrale (teoria del piacere) ma, mentre il Rousseau, pensatore al quale il nostro Giacomo, è stato avvicinato spesso, perlomeno per quanto riguarda il primo periodo del suo pensiero, vede la società come la causa della corruzione, per Giacomo è invece la ragione che corrompe perché dissolve l’illusione primitiva privando l’uomo di una felicità “naturale”. Per Rousseau questa poggia sulla positività della Natura e sull’ignoranza del selvaggio, mentre per Giacomo poggia invece su un inganno e un’illusione e non riesce, già dal 1824,  perciò a concepire una condizione veramente felice per l’uomo, sia pure in un tempo leggendario (Storia del genere umano). Secondo Rousseau, costruendo una nuova società (Contratto sociale) ci sarebbe una possibilità di riscatto e di salvezza, mentre Leopardi sosterrà che il pensiero moderno “non può edificare ma solo distruggere” (1825). Egli poi, in un pensiero del 1829, si dice convinto che il male sia nell’ordine del mondo, anzi sia essenziale, dimostrando come sia evidente l’opposizione al pensiero di Rousseau. Per quest’ultimo, infatti, il male è estraneo all’ordine della natura, è un “accidente” che dipende dall’uomo.

 

2 – Il progresso e la perfettibilità:  Ricordiamo l’entusiasmo degli illuministi riguardo l’ideologia del progresso; il Progresso è il nuovo dio, è ciò che presuppone la perfezione al termine del divenire. Al posto del Dio cristiano provvidente e della felicità che si raggiungerà in un mondo altro, ora la filosofia illuministica, nella sua visione antropocentrica,  pone questa nuova divinità. Leopardi reagisce decisamente a questa forma di progressismo illuministico convinto che “i progressi dello spirito umano, e di ciascuno individuo in particolare, consistono la più parte nell’avvedersi de’ suoi errori passati. E le grandi scoperte per lo più non sono altro che scoperte di grandi errori” (1823). Non odia la scienza anche se pensa che essa “distrugge i principali piaceri dell’animo perché determina le cose, e ce ne mostra i confini”, ma polemizza contro quell’idea che associava al progresso la felicità degli uomini, è contrario all’idea di “perfettibilità” che caratterizzava il secolo dei lumi. Il ministro Turgot e soprattutto il Condorcet (1743-1794, uomo politico, matematico, economista e filosofo) sottolineano particolarmente questo aspetto. Quest’ultimo è convinto che “la perfettibilità dell’uomo è realmente infinita e che i progressi di questa perfettibilità non hanno altro limite che la durata del pianeta in cui la natura ci ha messo” (Quadro storico dei progressi dello spirito umano). Egli elaborò una teoria del progresso che ottenne notevole successo e influenzò molti pensatori interessati al problema; fu vista come una medicina per risanare i mali dell’umanità.  Secondo il Condorcet  la perfettibilità dell’uomo non ha limiti e può essere considerata come una legge della natura. Abbiamo già visto che a questa visione si oppone quella del Rousseau per il quale la storia è regresso e il progresso e la conoscenza non sono la celebrazione della ragione, né si svolgono sotto il segno della positività, ma sono un inestricabile intreccio di negativo e di positivo, di verità ed errore.

Leopardi riflette sull’idea di perfettibilità e ciò è testimoniato dalle annotazioni dello Zibaldone. Per lui, invece, il cammino della ragione non va di pari passo con la felicità, di conseguenza il progresso non perfezionerà l’uomo togliendolo dalla sua situazione dolorosa.

L’ironia leopardiana si abbatte su questa pretesa lanciando una sfida:

 “io dunque dico all’uomo il quale asserisce d’essere perfettibile, e di potersi, anzi di doversi perfezionare da se: perfeziona il tuo corpo… immagina un disegno più perfetto, più completo, più giusto, più esatto.. di quello della natura. L’uomo si mette a ridere, e confessa che non solo non c’è cosa più perfetta, ma ch’egli con lunghissimo studio, dal principio del mondo in poi, ancora non è arrivato a comprenderne intieramente la perfezione.. Or come dunque non potendo perfezionare il corpo, anzi non potendo neppur comprendere tutta la misura della sua perfezione naturale, presumi di perfezionare una parte tanto più nobile, astrusa, e difficile, qual è lo spirito? (1820). Così per Leopardi “l’uomo non è perfettibile ma corrottibile” (1822).

Su questo tema Leopardi è d’accordo con Rousseau: la perfettibilità non porta al raggiungimento della felicità individuale!

 

Si potrebbe poi discutere sull’idea di ragione in Leopardi ma questo discorso è troppo lungo e il tempo non ci consente di svilupparlo.

Colleghiamoci, invece, con il filosofo della Ragione per eccellenza: Immanuel Kant.

 

Leopardi conosceva Kant? E conosceva la lingua tedesca?

 

Probabilmente egli aveva una conoscenza “scolastica” di questa lingua; non incontriamo nessuna citazione in tedesco, mentre se ne riscontrano in inglese e spagnolo ad esempio. Però esiste una lettera di Francesco Puccinotti, medico e amico di Giacomo, che riferisce come, un giorno si fosse recato dall’amico e l’avesse trovato intento a scrivere  alcune delle sue Operette. Giacomo scriveva una pagina e poi nell’attesa che l’inchiostro si asciugasse, si volgeva verso una grammatica inglese e leggeva e imparava qualche verbo. Leopardi gli disse che così aveva fatto anche per il tedesco. Quindi sembrerebbe che egli avesse una qualche conoscenza di questa lingua. D’altra parte lo zio Antici, che aveva studiato a Monaco, seguiva con attenzione gli studi del nipote e sicuramente lo avrà introdotto agli studi della letteratura tedesca; poi c’era il Vogel, canonico alsaziano che frequentava casa Leopardi; infine la lettura di M.me de Stael influì non poco sull’opinione di Leopardi riguardo la cultura tedesca. Inoltre Leopardi ebbe molti contatti con dotti personaggi tedeschi come il Niebuhr, ministro prussiano presso la Curia romana e il Bunsen successore del Niebuhr ma anche Enrico Schulz, uno dei tanti personaggi che in quel tempo compivano ricerche nelle nostre biblioteche. Questi conobbe Giacomo a Napoli e scrisse una sua biografia che è stata considerata come “uno dei più splendidi omaggi resi dagli stranieri al genio del Recanatese”.

Che Giacomo conoscesse Kant è indubbio: lo provano le citazioni dello Zibaldone. Il punto è: che tipo di conoscenza ha Leopardi del criticismo?

Sappiamo che egli avversava la filosofia tedesca perché la considerava avulsa dalla vita, costruzione “di gabinetto” e priva di quell’occhiata onnipotente, di quel “colpo d’occhio” che egli considerava indispensabile al perfetto filosofo perché “l’esattezza è buona per le parti ma non per il tutto”.

Però, guardando al panorama culturale italiano e al giudizio corrente della cultura del primo Ottocento, si può riconoscere come Kant non fosse assolutamente compreso perché (cito il Soave) “dottrina scritta in maniera oscura, enigmatica e sibillina” e perché (cito il Romagnosi) “presenta una speculazione che sta tra le nuvole, e vi sta nuvolescamente con forme confuse, sfumate, cangianti e prive di valore pratico per le azioni umane”.

Leopardi cita una Critica della Ragione: non sappiamo a quale si riferisce, ma si sa anche che ebbe tra le mani una Storia della filosofia moderna dal risorgimento delle lettere sino a Kant di Buhle che era stata tradotta da Vittorio Lancetti nel 1821-25.

 

L’ “Infinito”

 

Quanto vorrei proporre ora è una lettura dell’”Infinito” effettuata usando una chiave di lettura particolare: la nozione di limite, discussa da Kant nei Prolegomeni ad ogni futura metafisica. . Anche Giacomo parla di limite, ovviamente in modo diverso.

Ho intitolato questo mio “tentativo”: “Incontro” sul limite, perché nel momento in cui l’idea di questo studio si è come illuminata nella mia mente, ho avuto l’impressione netta di assistere ad un incontro tra Kant e Leopardi che discutendo sulla nozione di limite, si avviavano verso la sommità del Colle dell’Infinito. Ma anche perché ho “visto” i due che dopo aver camminato insieme, si lasciavano sul limite. Quale limite? Il limite del Colle, il limite della conoscenza umana, quello che Kant ha ben sottolineato.

Tralascio di soffermarmi sul concetto di limite in Leopardi, inteso a livello linguistico, e passo, invece, a ricordare brevemente come egli, ripetutamente, parlasse della felicità (intesa come piacere) e ritenesse questo desiderio umano una tendenza senza limiti perché “congenita con l’esistenza”. Di conseguenza l’uomo, cercando “il piacere” e non questo o quel piacere, prova pena nel vedere i limiti dell’estensione del singolo piacere.

Leopardi, quindi, intende il limite come “privazione”. D’altra parte anche noi, comunemente, intendiamo il limite secondo questo senso. E’ chiaro però che parlare di privazione presuppone lo sfondo di una visione che contempli una compiutezza. Noi non potremmo parlare di limite se non avessimo un’idea di ciò che questo limite ci impedisce di eguagliare. Quindi solo sulla base di un’idea della trascendenza o di un qualcosa verso cui l’uomo tende, noi potremmo parlare dell’uomo come   essere limitato, intendendolo come “privo di”.

Esempi di questa visione sono: La Genesi, dove la natura umana è segnata dalla finitezza a causa di una colpa, e poi Platone, nel Simposio, che presenta un’antropologia in cui la caratteristica fondamentale è la mancanza: qui l’uomo è finito in quanto è mancante e per questo è caratterizzato dal desiderio che si esprime in un bisogno. Infine: Pascal che parla della natura umana, decaduta a causa del peccato e che per questo soffre, perché l’uomo si sente come un “re spodestato”.

Per Leopardi l’uomo è “limitato” perché privo della possibilità di varcare quei confini che connotano la condizione umana, poiché la stessa coscienza di questi limiti impedisce di godere dei piccoli piaceri.

 

Kant (1724-1804) è il filosofo che più di ogni altro ha tentato di esplorare la finitezza dell’uomo e la sua filosofia contempla l’analisi dei limiti del conoscere e dell’agire. Quando nel 1781 egli pubblica la Critica della Ragion pura, l’opera fu accolta dall’incomprensione del mondo della cultura, non solo in Italia ma anche in Germania; peraltro lo stesso Kant era cosciente di una certa “oscurità dell’opera”. Due anni dopo egli scrive allora i Prolegomeni  testo che voleva presentare un disegno generale e un abbozzo esplicativo della prima Critica. In quest’opera viene teorizzato esplicitamente il concetto di limite (par.57 e 59). In tedesco egli parla di Grenze e di Schranke, in italiano resi rispettivamente con “limite” e “confine”. Qual è la differenza?

Le Grenzen sono intese come determinazioni positive, ossia come qualcosa che rivela un compiuto, che rende determinata una cosa. Al contrario le Schranken sono intese come confini, ossia come ciò che indica una privazione; alla scienza, dice Kant, risulta tipico aver a che fare con i confini, perché il sapere scientifico non ha mai termine e si sposta in avanti allo stesso modo della linea dell’orizzonte.

Sappiamo, invece, che la metafisica (filosofia prima e teologia secondo Aristotele – metafisica della natura che costituisce la fisica pura ed è perciò immanente  metafisica trascendente: rivolta al sovrasensibile e all’incondizionato, quindi che applica i propri principi a oggetti non d’esperienza) è portata a compimento perché, essendo posta in noi dalla stessa natura, attraverso il suo movimento di andar oltre l’esperienza, essa porta la ragione umana a fare esperienza del limite, della propria finitezza (Grenzen).

La ragione “abita” lo spazio che è tra il fenomenico e il noumenico, consapevole che l’uno è conoscibile e l’altro no. Si pone sul limite, luogo che determina l’ambito di esperienza diverso da ciò che non lo è.

Il limite, inteso nel senso di Grenze circoscrive l’ambito oltre il quale la ragione non potrà mai andare; quindi la ragione umana non è “priva di..” ma il limite entra a costituirla come modo d’essere dell’uomo.

 

E’ possibile per l’uomo raggiungere un’altra dimensione? Non con la ragione, Kant l’ha dimostrato, ma forse un’altra facoltà, quella immaginativa potrebbe consentire all’uomo, attraverso l’arte, di elevarsi al di sopra della materia e dunque di oltrepassare quel “limite”, quella Grenze, che si erge, irrimediabilmente, tra lui e quel bisogno di totalità e d’infinito inestirpabile dal suo essere.

Torniamo a Leopardi:

Filosofando si trova necessariamente confinato dentro gli argini della razionalità, all’interno di un “esserci” segnato ontologicamente dalla limitatezza, ma attraverso la poesia (leopardi-poeta) egli riesce a librarsi in quello “spazio vuoto” di cui parla Kant.

La ragione era da lui considerata come “la facoltà più materiale che sussista in noi”, mentre “alla sola immaginazione ed al cuore spetta il sentire e quindi  ad essi soli è possibile l’entrare e il penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita… o la ragione ma con la loro efficace intervenzione”. Proprio come Pascal per il quale si conosce la verità non solo con la ragione ma anche con il cuore.

 

Per mezzo del suo cuore (cui solo spetta il sentire) Leopardi trascende la sua natura sensibile e la sua stessa razionalità e può così oltrepassare il “limite” che si frappone tra il reale fenomenico e quell’aldilà sconosciuto, quella “soglia” varcando la quale ci si affaccia all’universo noumenico. Il limite che non si può superare, la Grenze che ci dice la definitività della conoscenza metafisica è, d’un balzo, annullata e il poeta “sedendo e mirando” al di là della siepe, va oltre l’umano conoscere, leggero e libero del fardello di una razionalità che, come un’ancora, lo trattiene al territorio del “finito”.

La ragione lo ha condotto sul limite, sulla “soglia” (Io nel pensier mi fingo), egli sa, “vuole” immaginare; ciò che non conosce, ciò di cui è inconsapevole è l’universo verso il quale lo porterà la facoltà immaginativa, il mistero dell’oltre la soglia. L’Immaginario, il “noumenico” che noi possiamo solo pensare, ma non conoscere, si spalanca davanti al poeta. Egli si immerge in quello spazio che per lui non è più vuoto, che prima poteva solo pensare e che ora, per pochi istanti, gli è dato di conoscere, assaporando “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”. La ragione, sul limite, anzi essa stessa “limite”, è sopraffatta dalle emozioni del cuore, che per poco “non si spaura” per l’esperienza di aver oltrepassato ciò che gli era interdetto.

Il ritorno è sottolineato dal “vento” che stormisce tra le piante e si insinua nel fuso del tempo intorno a cui si avvolgono le umane vicende.

Questo viaggio però non ha consentito alla ragione, per il fatto di essere rimasta necessariamente sul limite, di afferrare qualcosa di quello “spazio vuoto” che, pur per pochi attimi si è reso luminoso agli occhi del cuore del poeta.

Ed egli vivrà nel rimpianto di questo qualcosa che solo il suo cuore ha intuito e goduto ma che la ragione non conoscerà mai. E poiché è grande poeta, di questo “viaggio” gli rimarranno le parole (sempre inadeguate ma per noi sublimi) per offrirci almeno una parvenza di quel suo contemplare, simile, ci sembra, a quello del prigioniero liberato di cui parla Platone, nel Mito della Caverna, abbagliato dalla visione dell’essere nel suo massimo splendore: l’Idea del Bene.

Catturato dall’ “immensità”, mentre “tutta l’anima sua è occupata dall’immagine dell’infinito….non è capace di nulla, né di cavare nessun frutto dalle sue sensazioni”; solo “dopo” egli potrà trovare il modo di esprimersi perché “l’infinito non si può esprimere se non quando non si sente”. Nell’esperienza dell’ineffabile che si pone oltre il piano del reale, il “sommo poeta” è attonito e affascinato e la grandezza di quelle sensazioni rende “impossibile il pieno e distinto sentimento” che consente di “dipingere” l’infinito.

 

Conclusione

 

L’uomo è ontologicamente limitato e, per Leopardi, “la mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una maniera di essere, una cosa diversa dal nulla”,

così come per Kant

“sarebbe un non senso sperare di conoscere di un qualche oggetto più di quel che appartiene alla esperienza possibile di esso, o anche di determinare, sia pur con la minima cognizione, qualche cosa di cui ammettiamo che non è un oggetto di esperienza possibile, di determinarla, in sé, nella sua intima costituzione”.

 

Ma questo non impedisce all’uomo di sentirsi come sospeso tra il nulla e l’infinito, attratto da un richiamo cui, a volte, non sa dare il nome; un richiamo che gli proviene da quell’inattingibile di cui parla Kant e che viene catturato dal poeta, mentre il filosofo, gravato di quel peso che si chiama ragione, mai lo potrà afferrare, poiché legato alla sensibilità.

Il filosofo Leopardi, dimentico involontario di quella pienezza, memore solo di una sensazione, unico dono che quello ”spazio vuoto” gli ha lasciato, si abbandonerà, come tutti gli uomini, al desiderio illimitato di felicità, respingendo quello stesso “limite” che egli, con un volo del cuore, aveva superato per andare oltre la “siepe”.

Canterà, allora, con l’universalità delle sue liriche, il lamento dell’uomo-ragione, confinato nel fenomenico, con nel cuore il rimpianto del senza tempo, del senza spazio, del senza corpo, dell’annegare, contentandosi di “naufragare” in qualcosa che l’uomo, disponendo solo di categorie della sensibilità, non saprà mai neppure nominare.

 

Lezione del 19 Gennaio 2004  -  Università di Padova  -  Corso del Prof. Giorgio Ronconi