LA DOMANDA E IL LIMITE: Leopardi, Giobbe, Kant
Introduzione
Ringrazio tutti i presenti a questo incontro: gli innamorati, gli appassionati, gli amici, gli studiosi, i lettori di Giacomo Leopardi. Tante persone accomunate dallo stesso interesse per il poeta-filosofo di Recanati. Parlare di lui è per me sempre un’emozione e, questa sera, ancor di più, data l’autorevole sede che ci ospita; proverò a farlo nel modo che più mi è congeniale e cioè parlando di lui come di un amico e, mi piace pensare, come ad un amico. Ma parlando di un grande qual è Leopardi, è necessario fare tesoro pure di quei versi di Dante che dicono: “Or tu chi se’, che vuoi sedere a scranna,/ Per giudicar da lungi mille miglia,/ Con la veduta corta d’una spanna?” (Paradiso, XIX, vv. 79-81).
Ma perché ri-parlare, ri-pensare Leopardi? Io credo che ciò sia dovuto al fatto che egli sempre si rivela un luogo ove ritornare; infatti, la nudità del suo sguardo sulla vita, su quella che egli stesso chiamava “rappresentazione scenica”, quella “commedia” che vede gli uomini “parlare costantissimamente in una maniera e operare costantissimamente in un’altra”, la sua analisi, oserei dire, spietata e cruda illumina ancor oggi il nostro pensiero. La ricchezza della sua riflessione, ma soprattutto le sue domande, i suoi perché, l’anelare ad una vita che sia veramente vita e non semplicemente esistenza sono aspetti che rendono Leopardi un compagno di viaggio dell’uomo di tutti i tempi.
Avvicinarsi a Giacomo Leopardi, alle sue riflessioni, è però cosa assai delicata e, a mio parere, difficile, perché la sua personalità e la sua assoluta originalità richiedono, a differenza di altri pensatori, un particolare atteggiamento che, d’altronde, lui stesso raccomandava: un intreccio di ragioni del cuore e ragioni della mente (questo tanto ci ricorda l’esprit de finesse di pascaliana memoria), di “ragione calda e ragione fredda” che consenta di tenere conto dell’uomo tutto. Per comprendere tutti i rapporti, egli ci dice, occorre un’”occhiata onnipotente”, un “colpo d’occhio” che non è l’occhio dello scienziato ma quello del poeta, meglio: dell’”ultrafilosofo” che “conosce “l’intiero e l’intimo delle cose” e che, vedendo come dall’alto, abbraccia tutte le condizioni. Ecco, allora, la necessità (ineludibile quando si parla del Recanatese) di considerare l’intera sua Opera non disgiuntamente dalla sua vicenda esistenziale.
Leopardi, lo sappiamo, non è solo un poeta ma non è neppure il filosofo che si isola nella pura speculazione; in lui, sono proprio le ragioni del cuore che assumono valore speculativo per arrivare alla certificazione del vero, ad una spiegazione del reale alternativa a quella dell’intelletto. L’immaginazione e il cuore sono i mezzi per scoprire il reale come “vivente” così come lo intendeva Giacomo, un reale non meccanico e quindi matematico ma, invece, una totalità vivente di cui siamo parte e che egli identificava con la natura. (che va analizzata con l’aiuto dell’immaginazione e del sentimento e non con la pura ragione. Zib. 3237-3245).
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Ciò di cui vorrei parlare questa sera tocca due temi che, di primo acchito, potrebbero apparire lontani e, forse, addirittura opposti ma che, in realtà, appaiono come due strade che, sotto un certo aspetto, s’incontrano e si spiegano l’una con l’altra. Allo stesso modo, i nostri compagni di viaggio: Giobbe, Kant e Leopardi, sembrano essere tra loro distanti anni luce. La prima strada percorre luoghi ancora poco illuminati, che sembrano essere assai poco visitati o, addirittura, dimenticati da tanta critica leopardiana. La seconda rappresenta il camminare del pensiero di chi vi parla nell’umile tentativo di capire. Queste due strade terminano dinanzi ad una “siepe”, ad un muro anche se, vedremo, in ambedue esiste la possibilità di un suo superamento
Vorrei chiamare queste “strade”: la strada dei perché e la strada del limite.
Proverò ad inoltrarmi lungo la prima, riprendendo la definizione che, nel 1898, Giosuè Carducci offrì di Leopardi: “il Job del pensiero italiano”. Tale “etichetta” non è rimasta solo carducciana perché fu, per così dire, assunta nel corso degli anni da tanti altri illustri critici ed anche oggi noi la possiamo ritrovare in tanti saggi. Come mai questo paragone? Il “paziente Job” è proprio lo specchio dell’autore dell’Infinito? Al primo sguardo di chi conosce appena un po’ la biografia leopardiana, parrebbe di sì ma un’analisi più approfondita mi è parsa utile al fine di verificare se veramente l’animo e la storia dell’uomo di Uz siano così simili all’animo e alla storia dell’uomo di Recanati che, sappiamo, in Giobbe e in Salomone trovava dei compagni di viaggio assai simili a lui.
I due sono avvicinati perché, probabilmente, ad un primo sguardo, appaiono sfortunati, disperati, imploranti, domandanti ragione ad un Dio silenzioso. Forse perché l’uno vive, sulla scena dell’esistenza vera, gli stessi fatti che sono scritti per l’altro, per il personaggio che si muove dentro alcune delle più sconvolgenti pagine della Bibbia, personaggio reso anch’esso vivo per il suo rappresentare i travagli, le sofferenze e le ingiustizie che ogni uomo incontra nella propria vita?
Una piccolissima digressione è utile al fine di ricordare qualcosa che riguarda il rapporto della Bibbia con Leopardi. Più voci hanno sottolineato come manchino lavori approfonditi sulla presenza della Bibbia nell’Opera di Leopardi e, infatti, a parte poche lodevoli eccezioni, l’argomento rimane un po’ in ombra e solo timidamente accennato, quasi nel timore di “compromettere” il ritratto ormai consolidato di un Leopardi ateo e materialista. Manca anche uno studio approfondito che riguardi i tanti tomi preziosi allineati sugli scaffali della biblioteca Leopardi. Rimane perciò sempre aperto all’approfondimento il rapporto intimo e continuo che il poeta-pensatore di Recanati stabilì con i Sacri testi che rappresentarono la base della sua formazione umana e spirituale, prima che culturale. La Bibbia è presente in modo massiccio nella produzione giovanile, quando il contino attingeva a piene mani alla biblioteca paterna, formatasi, com’è noto, secondo un criterio quantitativo e ricchissima soprattutto di testi teologici ed ecclesiastici in gran parte editi a Padova e Venezia ma, soprattutto, di numerose edizioni della Bibbia (ricordiamo ad esempio la monumentale Biblia Sacra Poliglotta curata da Brian Walton); questi testi rappresentavano l’humus ideale per la crescita spirituale di colui che, secondo i desideri paterni, era destinato a diventare un uomo di Chiesa. E’ importante ricordare, a questo punto, che dopo aver appreso la lingua greca, Giacomo imparò anche l’ebraico da autodidatta (già questo indica, mi pare, un rapporto di frequentazione assidua delle Scritture) tramite lo studio attento della Bibbia poliglotta; solo questa edizione riportava tutto il testo ebraico dell’AT accompagnato da una traduzione latina. Si perfezionò così bene che il padre Monaldo, in una lettera, scrisse: “una volta vennero a parlare con lui di lingua e di libri alcuni Ebrei di Ancona i quali si davano per dotti, e quantunque io non intendessi il linguaggio, mi accorsi bene che egli ne sapeva più di loro”. Imparare la lingua ebraica gli servì a leggere, in lingua originale, la Genesi e i Salmi, oltre ad altri episodi legati alla produzione di versi puerili di argomento biblico.
In particolare la presenza di Giobbe è accertabile dagli scritti puerili fino alla stesura dei Nuovi credenti del 1835 (“Questi e molti altri che nimici a Cristo/ furo insin oggi, il mio parlare offende,/ perché il vivere io chiamo arido e tristo./ E in odio mio fedel tutta si rende/ questa falange, e santi detti scocca/ contra chi Giobbe e Salomon difende/.”), satira composta a Napoli contro lo spiritualismo di convenienza di certi intellettuali napoletani che lo usavano come argomento per demolire l’opera leopardiana, e sia nello Zibaldone che nell’Epistolario si trovano tracce dell’interesse nei riguardi del poema biblico; interesse che è attestato soprattutto dal tentativo di traduzione di Gb 1, 1-3 forse del 1816 ma più probabilmente del 1819.
Se per il Libro di Giobbe, è stato scritto (Natoli) che “sprigiona tensione e non consolazione. E proprio per questo può essere profondamente amato dagli inconsolabili [perché] solo da Giobbe essi si sentono compresi”, lo stesso Leopardi sottolineava come le opere di genio “quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie…. Servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta”.
E’ dunque vero che sia l’Opera leopardiana, che il Poema biblico sortiscono quell’effetto catartico di aristotelica memoria che scaricandoci dall’emotività ci solleva e ci alleggerisce da fatiche, sofferenze e dolore. E come Giobbe è stato considerato dagli esegeti “libro singolarmente moderno, provocante, non adatto per conformisti” (Schökel), che si presta a molteplici sensi e che non svela facilmente il suo mistero, così Leopardi continua ad essere sottoposto continuamente a infinite interpretazioni, dovute alla ricchezza dei testi che parlano continuamente e si contrastano tra loro.
Per ovvie questioni di tempo non approfondirò il pur importante tema dell’educazione giovanile di Leopardi ma, invece, cercherò di guardare alla psicologia e al cuore dei nostri due protagonisti: il personaggio e l’uomo.
Giobbe non è uomo storico: è l’eroe di un racconto e come tutti gli eroi vive la condizione completa di uomo felice. Nella regione di Uz egli abita con la sua numerosa famiglia e gode delle sue ricchezze ma soprattutto del bene più grande: l’amare e il sentirsi amato. Come dice la Bibbia è uomo “integro e retto”, “temeva Dio” ed era “alieno dal male”. E poiché teme Dio, accetta completamente la sua condizione creaturale, il suo limite. Bisogna ricordare che, secondo la biblica teoria della retribuzione, egli appare come benedetto da Dio ed, infatti, viene presentato sotto il segno della benedizione. Giobbe è entrato nell’opinione comune come “l’uomo paziente”, ma questa sua pazienza, essendo un modo specifico di vivere la sofferenza, si rivela non come mera passività ma invece come fortezza.
Giacomo Leopardi è persona storica, non è modello o esempio ma uomo che ha vissuto sulla propria pelle la sofferenza e che mostra a chiare lettere l’ingenerosità della vita verso di lui. La felicità forse gli è propria solo negli anni inconsapevoli dell’infanzia; è un’adolescente che non frequenterà feste, né divertimenti e neppure conoscerà l’amore di una donna. La sua precaria salute peggiorerà sempre più fino a farlo sentire un “tronco che sente e che pena”, mentre l’incomprensione dei suoi contemporanei dinanzi alla sua “nudità”, alla sua verità, lo circonderà sino alla fine. Egli si chiederà perché: “fra i più antichi, e fra gli stessi ebrei, … si fuggiva con orrore l’infelice come scellerato?”(1822) Perché “generalmente appo gli antichi e nelle nazioni o società primitive il nome d’infelice è un obbrobrio, e s’adopra per ingiuria, per ignominia, per biasimo, per rimprovero… E l’esser tenuto per infelice è come aver mala fama. E l’infelicità si rinfaccia come il delitto o il vizio?”(1823).
Nella sua mente va consolidandosi l’idea che l’uomo perseguitato da tante disgrazie (e qui ricorda proprio Giobbe) sia visto da tutti come colui che non gode favore presso Dio. Anche questo è uno degli effetti derivanti da quella deformazione del cristianesimo causata da una religiosità distorta. (anche questo è un argomento che meriterebbe di essere sviscerato adeguatamente). Sarebbe dunque vera la teoria della retribuzione di biblica memoria, ossia l’equazione: disgraziato uguale malvagio?
Torniamo al felice Giobbe e alla tempesta che si sta addensando sul suo capo: da uno strano patto tra Dio e il satana, (che non è da confondere con la nostra concezione del demonio, perché qui è personaggio che svolge l’ufficio di pubblico ministero) conseguirà la prova che dovrà verificare la sua fede. In una escalation inesorabile, dopo aver perduto i suoi averi e gli stessi suoi figli, sarà infine colpito da una malattia che lo ridurrà ad una larva. Dopo giorni di silenzio, con la violenza di un vulcano egli griderà il suo dolore: “e perché non sono morto fin dal seno di mia madre?/ e non spirai appena uscito dal grembo?”
A sua volta, Giacomo, a 18 anni, mentre vive un periodo di particolare sofferenza, nell’Appressamento della morte scrive: “Chè non scesi bambin giù nel/ profondo?/ E a che se tutto di qua suso ir deggio,/fu lo materno sen di me fecondo?”
Egli che si sente “disprezzato e calpestato da chicchessia”, “deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti”, si convince che la virtù, a dispetto di quanto insegna la religione, fa sì che “tutti vi mettano i piedi sulla pancia, e vi ridano sul viso e dietro le spalle. Serve solo ad essere infamato, vituperato, ingiuriato, perseguitato, schiaffeggiato, sputacchiato”.
E Giobbe?
Anche lui, nella disperazione, parlando dei suoi conoscenti, prorompe: “ora io sono la loro canzone/, sono diventato la loro favola! Hanno orrore di me e mi schivano/e non si astengono dallo sputarmi in faccia”.
Giacomo e Giobbe: espressioni simili che potrebbero essere raccolti in una tavola sinottica e che ricordano anche i Salmi e la figura biblica del giusto perseguitato.
Quella teoria della retribuzione (“…quale innocente è mai perito/ e quando mai furon distrutti gli uomini retti?”), lucida formula matematica che gli amici di Giobbe, venuti a consolarlo, cercano di fargli intendere non è accettata dall’uomo di Uz che si sente preso in giro e certo non consolato da questi “medici da nulla”.. E’ facile riferirsi a questa dottrina quando tutto è nell’ordine ma, di fronte alla visione di tanti malvagi che prosperano felici, questa legge non tiene più, poiché la realtà contraddice il principio causa-effetto e l’ordine è diventato caos. Perché chi cammina sulla strada della virtù appare, nella scena della vita, come colui che più dovrà patire? Forse che Dio persegue una sua pedagogia? E infligge la sofferenza all’uomo per indirizzarlo sulla giusta via e “lo corregge con il dolore nel suo letto/e con la tortura continua delle ossa?”(Gb, 33,19)
E’ forse la stessa consapevolezza di Filippo Ottonieri alias Giacomo, che sottolinea come “ognuno di noi, da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamene, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno”?
E’un Dio, quello di Giacomo, terribile e mai amoroso, è il Dio dell’Antico Testamento, è Shaddai, il Dio nascosto di Giobbe (etimologia incerta; forse significa “Dio della montagna”). In nome di questo Dio egli non riuscirà ad accettare dogmi e frasi consolatorie, nel totale rifiuto dell’idea che un uomo debba reputarsi felice anche nel pieno delle sue disgrazie. Ma è veramente questo il volto di Dio? La sofferenza è veramente la “voce di Dio”?
Anche Giobbe, dopo sette giorni e sette notti passati nel più totale silenzio, alla fine esplode in un grido tremendo che sale dalla profondità del suo essere mentre maledice il giorno della sua nascita: “perisca il giorno in cui nacqui/e la notte in cui si disse: è stato concepito un uomo…. Perché dare la luce a un infelice/ e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore”. “Non ho tranquillità, non ho requie,/non ho riposo e viene il tormento” (Gb, 3-26).
Parole simili sono quelle di Giacomo che, in una lettera del 1829, scrive (ad Adelaide Maestri): “non ho più requie né giorno né notte”. Allo stesso modo anche i versi che stillano dalla sua anima inquieta ben rispecchiano la tonalità dell’autore di Giobbe, il pianto, il grido doloroso, la voce rotta dai “perché” angosciosi e dalle invocazioni:
“perché il nascer ne desti o perché prima/non ne desti il morire”?(Sopra il monumento di Dante 1818)
“Io son distrutto/né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro/M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno/ E’ tal che sogno e fola/Fa parer la speranza… A noi le fasce/Cinse il fastidio; a noi presso la culla/Immoto siede, e su la tomba, il nulla” (Ad Angelo Mai 1820).
“Immedicati affanni/al misero mortal, nascere al pianto” (Inno ai Patriarchi 1822)
“Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso/ Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo/Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?/ In che peccai bambina, allor che ignara/Di misfatto è la vita, onde poi scemo/Di giovinezza, e disfiorato, al fuso/Dell’indomita Parca si volvesse/Il ferrigno mio stame?…. Arcano è tutto/Fuor che il nostro dolor. Negletta prole/Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo/ De’ celesti si posa” (Ultimo canto di Saffo 1822).
“Mai non veder la luce/Era, credo, il miglior..” (Sopra un bassorilievo antico sepolcrale 1831-35).
Ma anche nella Sera del dì di festa, nel Sogno, nella Vita solitaria e nello stesso Zibaldone (“Il nascere istesso dell’uomo cioè il cominciamento della sua vita, è un pericolo della vita, come apparisce dal gran numero di coloro per cui la nascita è cagione di morte, non reggendo al travaglio e ai disagi che il bambino prova nel nascere”; “Non siamo dunque nati fuorché per sentire, qual felicità sarebbe stata se non fossimo nati?”) il tema è ben presente, così come nell’Epistolario (un esempio è la lettera a Carlo in occasione della tentata fuga: “Era meglio per loro e per me, ch’io non fossi nato, o fossi morto assai prima d’ora”).
La vicinanza di Giacomo al dramma di Giobbe si fa estrema e l’uomo Leopardi e il personaggio dell’Antico Testamento si toccano e quasi si confondono in quello che il De Sanctis ha definito “un poema biblico, una pagina del Giobbe”: il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ove con accenti simili a quelli di Giobbe, il poeta così parla del “dì natale”:
“Nasce l’uomo a fatica./Ed è rischio di morte il nascimento./Prova pena e tormento/Per prima cosa; e in sul principio stesso/ La madre e il genitore/ Il prende a consolar dell’esser nato/: Ma perché dare al sole,/ Perché reggere in vita/ Chi poi di quella consolar convenga?/ Se la vita è sventura,/ Perché da noi si dura?”
Lo smarrimento l’avvolgerà come un greve mantello e sulle sue labbra spunteranno le domande:
“E quando miro in cielo arder le stelle;/ Dico fra me pensando:/ A che tante facelle?/ Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito seren? Che vuol dire questa/ Solitudine immensa? Ed io che sono?”
Qui e altrove Giacomo chiederà all’universo il senso di una vita che gli appare assurda, solo un “punto acerbo”, una “cosa arcana e stupenda” (Coro dei Morti, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, 1824).
Giacomo è incapace di accettare la propria sorte, al pari di Giobbe. La luna tace; Dio, per ora, tace. Ma Dio ascolta la preghiera di Giobbe così come ascolta quella dell’uomo Leopardi, anche se questi non a Lui si rivolge ma alla luna, muta testimone della sua infelicità e del suo stesso chiedere.
Giacomo e la luna… Giobbe e Dio… Il silenzio!
Ma Giobbe prosegue invocando la morte: “Oh, mi accadesse quello che invoco,/ e Dio mi concedesse quello che spero!/ Volesse Dio schiacciarmi,/ stendere la mano e sopprimermi!” (Gb, 6,8-9). Il suo male non è solo fisico ma anche, e soprattutto male dell’anima, “angoscia dello spirito…. Amarezza del cuore che lo rendono “stanco della vita”.
Giacomo soffre e invoca una morte “donata” :
“ora sono stecchito e inaridito come una canna secca, e nessuna passione trova più l’entrata di questa povera anima” (Lettera a Giordani 1820), “E’ tempo di morire… solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi, finalmente s’accorga d’esser nato colla sacra e indelebile maledizione del destino… In somma in questo mondo basta essere immeritevole del male per abbondarne!” (Lettera a Brighenti 1820), “La mia salute è in misero stato e la mia vita è un purgatorio” (Lettera a Stella 1829).
Come Giobbe è colui che non terrà la bocca chiusa e, cosciente di essere qualcosa in più di un animale che si accontenta del cibo, allo stesso Onnipotente pretenderà di fare le proprie rimostranze, così Giacomo, che chiederà di vivere e non solamente di esistere. Giobbe si rende conto di non comprendere più nulla e men che meno se stesso:
“Quante sono le mie colpe e i miei peccati?/ Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato”, “stanco io sono della mia vita”, “Sono innocente?/ Non lo so neppure io,/ detesto la mia vita!”,
Anche Giacomo domanda in una sua lettera al Giordani del 1820:
“Dov’è l’uomo più disperato di me? Che piacere ho goduto in questo mondo? Che speranza mi rimane? Che cosa è la virtù? Non capisco più niente”.
Ma potrà mai l’uomo comprendere ciò che gli appare come una contraddizione? Potrà, nell’ottica di Giobbe, “scrutare l’intimo di Dio?/ o.. penetrare la perfezione dell’Onnipotente”?
Come capire perché “vivono i malvagi,/ invecchiano, anzi, sono potenti e gagliardi?” (Gb, 11,7; 21,7)
Come accettare che “sempre il buono in tristezza, il vile in festa/ sempre e il ribaldo: incontro all’alme eccelse/ in arme tutti congiurati i mondi?” (Palinodia al marchese Gino Capponi 1835).
Perché “uno muore in piena salute,/ tutto tranquillo e prospero,/… un altro muore con l’amarezza nel cuore/ senza aver mai gustato il bene?” (Gb, 21, 23-25).
Perché “valor vero e virtù, modesta e fede/ e di giustizia amor, sempre in qualunque/ pubblico stato, alieni in tutto e lungi/ da’ comuni negozi, ovvero in tutto/ sfortunati saranno, afflitti e vinti”? (Palinodia).
Questa è la “commedia” (o, meglio, la tragedia) della vita che ognuno si trova a vivere fin dal momento in cui varca la prima delle due porte che racchiudono la sua esistenza. Meglio allora l’oblio del non-essere?
Nonostante le sventure che a volte gli fecero pensare che è meglio il non vivere che il vivere, Giacomo non approderà alla disperazione e riuscirà a mantenere quel “senso dell’animo” che ci governa e ci fa proseguire il cammino. Come Giobbe invocherà, piuttosto, una “morte donata”, si chiederà il perché, cercherà risposte diverse da quelle che poteva offrire la fede popolare e cieca che tutto accettava e che era propria della madre Adelaide ma anche di tutte le persone con una fede semplice non elaborata teologicamente ma non per questo men vera. Come Giobbe dallo sfogo soggettivo si innalzerà a quel livello in cui il proprio dolore è avvicinato a quello di tutti gli uomini. La sua meditazione diventerà cosmica e le sue domande saranno le stesse di Giobbe.
Ma Giobbe è conscio della sua piccolezza, così come Giacomo è conscio della finitudine che caratterizza la “mortal prole infelice”, che pure “..d’eternità s’arroga il vanto”. Non è forse questo il peccato che Dio vuole svelare all’uomo? Quello di aver dimenticato la propria creaturalità?
Ma, pur guardando a questo “globo ove l’uomo è nulla” e al ruolo della creatura (un “basso stato e frale”) e provando “non so se il riso o la pietà” (La Ginestra) nei confronti della religione del progresso che avrebbe voluto sostituire Dio, Leopardi rimane confinato entro i binari di quella raison che pure aveva sempre odiata e che lo inchiodava, appunto, sul limite.
Così mentre Dio parlerà a Giobbe nella tempesta e lo condurrà attraverso le meraviglie della creazione facendogli ri-prendere coscienza della sua limitatezza, attraverso il “dov’eri?” e il “che sai tu?”, Giacomo camminando con la sua ragione, non riuscirà a riconoscere, con Pascal, che ci sono innumerevoli cose che sorpassano quella che pur definisce “la facoltà più materiale che sussista in noi”.
In questo modo, mentre Giobbe cammina con Dio, gli occhi spalancati e finalmente coscienti, Giacomo riuscirà a vedere quella stessa meraviglia come rovesciata. Cosicché il “tutto è bene” della Genesi (“e vide che era cosa buona”) si tramuterà nel “tutto è male” ed egli ambienterà la sua anti-genesi in un altro giardino, il cui stato di souffrance viene ad essere posto in evidenza in una famosa pagina dello Zibaldone:
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176]Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177]sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.
(Bologna. 22. Apr. 1826.)
Reso cieco dal dolore va disperatamente invocando un senso non riuscendo ad incontrare Colui che ha posto “le fondamenta della terra”, che conosce “per quale via si va dove abita la luce/ e dove hanno dimora le tenebre”, che “fa spuntare a suo tempo la stella del mattino” (Gb, 38).
Giobbe è ora pienamente cosciente del suo essere creatura ed è quindi tempo del silenzio.
La domanda rimane: perché il male?
Giobbe comprende che bene e male coesistono; sì il caos e l’irrazionale sono presenti nell’ordine della creazione, Dio non li distrugge ma però li disciplina poiché è il Creatore e il garante di un senso. E’ Jahvè, il Dio dell’alleanza! (mentre all’inizio era Shaddai, il Dio nascosto).
Giacomo anche lui chiamato a contemplare l’immensità della creazione, rimane attonito, ma in lui forse il dolore rende come ovattata al suo cuore la voce di Dio, che rimane inaccessibile, lontano ed estraneo alle umane vicende. Così la presenza del male non trova, per lui, giustificazione.
E’ stato scritto che la soluzione dell’enigma “non si potrà avere fuori del contatto con la sorgente ultima dell’esistenza”; [solo così] il male cessa di essere un problema puramente intellettuale (nella sfera della spiegazione) per manifestarsi come mistero nel quale l’intero significato dell’esistenza è coinvolto” (J. Gevaert, Il problema dell’uomo).
Le domande di Giobbe rimangono senza risposta. La “risposta” di Dio è solo quell’evidenziare il limite creaturale che contraddistingue l’uomo: limite che spiega l’impossibilità di darsi ragione delle leggi che governano l’universo. Ma a Giobbe ora questo sarà sufficiente.
Anche le domande di Giacomo rimarranno senza risposta. La “parola” di Dio è rimasta per lui un sussurro, un qualcosa di lontano e perciò problematico. Anche se in lui è presente un’ansia religiosa, c’è però qualcosa che lo trattiene dall’abbandonarsi a quell’energia interiore in cui si fa presente Dio stesso. Anche se la sua antropologia parla mirabilmente della “grandezza e della potenza dell’umano intelletto, … e dell’altezza e nobiltà dell’uomo”, che si rivelano nel “poter conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la propria piccolezza” (Zib. 1823), qui però la sua ragione si ferma. Giobbe è chiamato alla contemplazione del creato, così come il poeta, ma, mentre il primo manifesta, nel suo silenzio, un atteggiamento di adorazione e di abbandono, in un mistico linguaggio che gli fa riconoscere “Io ti conoscevo per sentito dire/ ma ora i miei occhi ti vedono”, il secondo, pur riconoscendo quell’immensità nella quale si sente sperduto, non riesce ad entrare in quell’”intima stanza” nella quale, sola, è possibile il rapporto con un Dio personale.
Giobbe, personaggio simbolo di una storia che parla di un’esperienza umana universale, Giacomo uomo, Giacomo filosofo, Giacomo poeta…. Verità, non rappresentazione scenica…
Lamentazione dei due che è il piangere dell’anima, il bagnarsi degli occhi levati verso l’alto, l’aprire le palme in una richiesta di senso, in una preghiera disperata, in un grido nella notte che denuncia l’assurdo della vita nei giorni di sofferenza e di fallimento.
Giacomo e Giobbe dallo sfogo soggettivo giungono ad innalzarsi a quel livello in cui il proprio dolore è avvicinato a quello di tutti gli uomini. Le domande sono le stesse, anche se l’uno le rivolge a Dio e l’altro alla Luna, unica pallida luce nell’universo vuoto.
L’enigma dell’esistenza, in Leopardi, non ha conclusioni, non ha risposte, poiché all’uomo che attraversa il “mar dell’essere” con “gravissimo fascio in su le spalle”, cosciente che l’esistenza è un “misterio eterno”, rimangono solo il conforto, la condivisione e la gratuità che gli possono venire dai suoi simili; i quali non saranno spettatori di una tragedia o di una commedia che altri esseri rappresentano, ma uomini riscaldati da una ragione “calda”, solidali nel dolore come nella gioia, compagni incontrati durante quel viaggio iniziato e destinato a chiudersi tra due porte, l’una luminosa, l’altra oscura e misteriosa.
Siamo arrivati in fondo a quella che ho chiamato: “la strada dei perché”. Insieme a Giobbe, personaggio amato e citato da Giacomo che in lui si immedesimava, ci troviamo ora di fronte ad un muro, ad un limite invalicabile, quel limite che contraddistingue la creatura.
Ci accingiamo a percorrere ora la nostra seconda strada: la strada del limite.
Sarebbe importante, a questo punto, parlare delle varie fasi del pensiero leopardiano ed anche analizzare l’evoluzione delle sue riflessioni nei riguardi di una religione che non riusciva più a prospettargli delle risposte che lo soddisfacessero. Il tempo però non ci consente di aprire altre tematiche. Mi limito perciò a ricordare che, soprattutto prima del 1824, anno in cui la filosofia gli appare come la maggior forma di conoscenza possibile, Leopardi considera la ragione come “piuttosto uno strumento di distruzione che di costruzione” ed è “nemica di ogni grandezza” tanto che non è nelle sue possibilità “l’entrare e il penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita”.
Incontriamo, a questo punto, sulla nostra strada, anche quel filosofo che pure sembra essere lontano anni luce dal poeta-pensatore di Recanati; in realtà i due si possono accostare almeno a due livelli. In modo lieve e puramente casuale la filosofia poetica di Leopardi si può collegare al rigore dialettico di Kant.
Se Leopardi condanna quella ragione che pretende di analizzare cose e sentimenti e la ritiene insufficiente a scoprire “i grandi misteri della vita”, Kant, come sappiamo, sostiene che la ragione può approdare solo al territorio del fenomenico, dell’esperienza. Ecco che “i grandi misteri”, la sfera dell’inconoscibile, del noumeno, per usare il linguaggio kantiano, rimangono avvolti in una fitta nebbia. E’ questo un primo livello di accostamento: l’insufficienza della ragione.
Sembra però che un altro aspetto, forse meno ovvio, consenta di avvicinare Kant a Leopardi e questo è proprio ciò che vorrei tentare di proporre, percorrendo questa seconda strada che ho chiamato “del limite”.
E’ proprio il concetto di “limite” discusso da Kant che vorrei riprendere ora riallacciandomi alla prima parte della nostra conversazione: la domanda di Giobbe, la domanda di Giacomo ci hanno portato, come ho detto, di fronte ad un muro, una siepe, un limite. Giobbe ha pienamente preso coscienza della sua creaturalità e quindi del suo potere conoscitivo troppo limitato per poter formulare delle risposte e il suo silenzio è ora diventato il linguaggio della fede.
Giacomo è attonito, smarrito, e Dio rimane lontano ed estraneo alle umane vicende; c’è qualcosa che lo invita ad andare oltre la ragione ma egli non riesce ad abbandonarsi del tutto a quell’energia interiore in cui è presente il divino. Se è possibile abbandonarsi a Dio è però anche possibile abbandonarlo, sperimentando quella che il filosofo Natoli chiama: “l’inessenzialità di Dio”. Ma non credo sia stato questo l’atteggiamento di Leopardi che ancora rimane un mistero riguardo questo aspetto perché pur avendo vissuto come tanti uomini la notte oscura dell’anima, ci invita a non rinunciare a nessuna delle domande pur fornendo risposte diverse e a condividere l’incessante difesa dei valori da lui amati e praticati sempre anche quando l’infinita vanità del tutto sembrava polverizzarli. Leopardi religioso? Il Caracciolo scrive che “il religioso in sé e per sé considerato, è domanda: è l’interrogare di Giobbe, l’interrogare di Cristo sulla croce”; è un interrogare che cerca risposte, è un religioso che è antitesi della certezza e delle certezze.
Giacomo è allora inchiodato sul limite: egli si trova confinato dentro gli argini della razionalità, all’interno di un “esserci” segnato ontologicamente dalla limitatezza.
Già nello Zibaldone quando parlava della felicità, egli osservava che questa tendenza è senza limiti nell’uomo, condannato, invece, a piccoli piaceri momentanei e di breve durata. L’uomo è da lui visto come limitato e privo della possibilità di varcare quei confini che connotano la condizione umana; la stessa coscienza dei propri limiti impedisce di godere delle piccole felicità; ancora più infelice è l’anima grande perché non può accontentarsi di piccole gioie e sempre tende all’infinito.
L’uomo dunque, per Leopardi, è un essere limitato perché privo-di.
In Kant, invece, proprio l’interesse rivolto alla conoscenza umana (in Giacomo è prevalente quello morale) determina la possibilità di un positivo concetto di “limite”. Il filosofo (Prolegomeni ad ogni futura metafisica) teorizza questo concetto usando due termini: Grenze e Schranke che in italiano vengono resi rispettivamente con “limite” e “confine”. Secondo Kant, le Grenzen (limiti) sono determinazioni positive, cioè sono qualcosa che rivela un compiuto, che rende determinata una cosa (ad esempio i limiti di un campo da gioco) mentre le Schranken sono intese come confini ossia come qualcosa che indica una privazione, ed infatti alla scienza, sostiene Kant, risulta tipico aver a che fare con i confini, perché il sapere scientifico non ha mai termine e si sposta in avanti allo stesso modo della linea dell’orizzonte.
L’esperienza, dice il nostro filosofo, non appaga mai completamente la ragione che “abita” lo spazio situato tra il fenomenico e il noumenico (l’oltre la soglia) consapevole che l’uno è conoscibile e l’altro no. Si pone sul limite, luogo che determina l’ambito di esperienza oltre il quale essa non potrà mai andare. Quindi non si può dire che la ragione umana sia priva di… ma, invece, che tracciando i propri limiti, si possiede come una totalità compiuta; il limite, infatti, entra a costituirla come modo d’essere dell’uomo.
Allora ci chiediamo: è possibile all’uomo raggiungere un’altra dimensione? Non con la ragione, Kant l’ha dimostrato, ma forse un’altra facoltà, quella immaginativa potrebbe consentire all’uomo, attraverso l’arte, di elevarsi al di sopra della materia e dunque di oltrepassare quel “limite”, quella grenze, che si erge irrimediabilmente tra lui e il suo bisogno di totalità e d’infinito inestirpabile dal suo essere.
Torniamo a Giacomo:
un esempio della possibilità di superamento del limite nel senso prima accennato mi sembra possa essere l’esperienza dell’”Infinito”. Filosofando il Leopardi-pensatore si trova necessariamente confinato dentro gli argini della razionalità ma, attraverso la poesia il Leopardi-poeta riesce a librarsi in quello “spazio vuoto” di cui parla Kant. La ragione è da lui considerata come “la facoltà più materiale che sussista in noi” mentre scrive che “alla sola immaginazione e al cuore spetta il sentire e quindi ad essi soli è possibile l’entrare e il penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita”. Proprio come l’amato Pascal per il quale la verità si conosce non solo con la ragione ma anche con il cuore.
Per mezzo del suo cuore (“cui solo spetta il sentire”) Leopardi trascende la sua natura sensibile e la sua stessa razionalità e può così oltrepassare il “limite” che si frappone tra il reale fenomenico e quell’aldilà sconosciuto, quella soglia varcando la quale ci si affaccia all’universo noumenico. Il limite che non si può superare è d’un balzo annullato e il poeta “sedendo e mirando” al di là della siepe, va oltre l’umano conoscere, leggero e libero del fardello di una razionalità che, come un’ancora, lo trattiene al territorio del finito. La ragione lo ha condotto sulla soglia (Io nel pensier mi fingo), egli sa, “vuole” immaginare, ciò che non conosce, ciò di cui è inconsapevole è l’universo verso il quale lo porterà la facoltà immaginativa, il mistero dell’oltre la soglia. L’Immaginario, il noumenico che noi possiamo solo pensare, ma non conoscere, si spalanca davanti all’occhio del poeta. Egli si immerge in quello spazio che per lui non è più vuoto, che prima poteva solo pensare e che ora, per pochi istanti, gli è dato di conoscere, assaporando “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”. La ragione, sul limite, anzi essa stessa “limite”, è sopraffatta dalle emozioni del cuore, che per poco “non si spaura” per l’esperienza di aver oltrepassato ciò che gli era interdetto.
Il ritorno è sottolineato dal”vento” che stormisce tra le piante e si insinua nel fuso del tempo intorno a cui si avvolgono le umane vicende.
Questo viaggio però non ha consentito alla ragione, per il fatto di essere rimasta necessariamente sul limite, di afferrare qualcosa di quello “spazio vuoto” che, pur per pochi attimi si è reso luminoso agli occhi del poeta. Ed egli vivrà nel rimpianto di questo qualcosa che solo il suo cuore ha intuito e goduto ma che la ragione non conoscerà mai. E poiché è grande poeta, di questo viaggio gli rimarranno le parole (sempre inadeguate ma per noi sublimi) per offrirci almeno una parvenza di quel suo contemplare, simile, mi sembra, a quello del prigioniero liberato di cui parla Platone, nel Mito della Caverna, abbagliato dalla visione dell’essere nel suo massimo splendore: l’Idea del Bene.
Catturato dall’ “immensità”, mentre “tutta l’anima sua è occupata dall’immagine dell’infinito… non è capace di nulla, né di cavare nessun frutto dalle sue sensazioni”; solo dopo egli potrà trovare il modo di esprimersi perché “l’infinito non si può esprimere se non quando non si sente”. Nell’esperienza dell’ineffabile che si pone oltre il piano del reale, il “sommo poeta” è attonito e affascinato e la grandezza di quelle sensazioni rende “impossibile il pieno e distinto sentimento” che consente di “dipingere” l’infinito.
L’uomo è ontologicamente limitato e, per Leopardi, “la mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppure concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una maniera di essere, una cosa diversa dal nulla” (Zib.), così come , per Kant, “sarebbe un non senso sperare di conoscer di un qualche oggetto più di quel che appartiene alla esperienza possibile di esso, o anche di determinare, sia pur con la minima cognizione, qualche cosa di cui ammettiamo che non è oggetto di esperienza, di determinarla, in sé, nella sua intima costituzione”.
Questo però non impedisce all’uomo di sentirsi come sospeso tra il nulla e l’infinito, attratto da un richiamo cui, a volte, non sa dare il nome; un richiamo che gli proviene da quell’inattingibile di cui parla Kant e che viene catturato dal poeta, mentre il filosofo, gravato di quel peso che si chiama ragione, mai lo potrà afferrare, perché legato alla sensibilità.
Il filosofo Leopardi, dimentico involontario di quella pienezza, memore solo di una sensazione, unico dono che quello “spazio vuoto” gli ha lasciato, si abbandonerà, come tutti gli uomini, al desiderio illimitato di felicità, respingendo quello stesso “limite” che egli, con un volo del cuore, aveva superato per andare oltre la “siepe”. Canterà, allora, con l’universalità delle sue liriche, il lamento dell’uomo-ragione, confinato nel fenomenico, con nel cuore il rimpianto del senza tempo, del senza spazio, del senza corpo, dell’annegare, contentandosi di “naufragare” in qualcosa che l’uomo, disponendo solo di categorie della sensibilità, non saprà mai neppure nominare.
Siamo giunti alla fine dei nostri due percorsi ed abbiamo visto come quel muro, quella “siepe” che ci chiude la possibilità di proseguire, potrebbe annullarsi nel superamento di quelle domande che inevitabilmente ogni uomo si pone.
La fede, nel caso di Giobbe, non ha bisogno di risposte poiché egli ha superato il sapere e, nella sua sottomissione che rispecchia la fiducia in un Alleato, riesce a vedere.
L’arte, nel caso di Giacomo-poeta, fa compiere un balzo oltre il limite, luogo abitato dalla ragione, gli occhi spalancati ed abbagliati da Qualcosa che si renderà presente solo per un attimo e sarà irripetibile e in- conoscibile da quella facoltà rimasta “seduta” al di qua del muro.
Conferenza per la “Dante Alighieri” tenutasi il 19 Ottobre 2005 – ore 17.30 – Aula Nievo del Cortile antico del Bo’ - Padova.