LA PRIMA FORMAZIONE FILOSOFICA DEL GIOVANE LEOPARDI

 

PREMESSA

 

Molti sono i pregiudizi intorno alla figura di G. Leopardi e molte le etichette che gli sono state applicate, a volte troppo semplicisticamente anche da studiosi di fama. Questo ha determinato un ritratto che, molte volte, distorce la figura del poeta-filosofo, rendendo come sfocata la sua personalità, generando l'impressione che, invece di avvicinarsi a noi che lo studiamo, egli si allontani sempre più, diventando inafferrabile. Nonostante ciò, egli, con un sorriso melanconico ci invita a seguirlo nel suo mondo, nel suo cuore.

Negli studenti e nei nostri stessi ricordi, il poeta di Recanati è legato a poesie come Il Passero solitario e la Quiete dopo la tempesta. Fisicamente egli è colui che era "infelice perché brutto, gobbo" dell'adolescente "un po' troppo intelligente, perché a sette anni sapeva già il latino e il greco e studiava come un matto senza mai uscire di casa e per questo diventò gobbo e malaticcio" e che a causa dello studio nella biblioteca del padre "ebbe un decadimento fisico e, rendendosi conto del suo aspetto esteriore, acquistò elementi pessimistici".

 

Ma chi era Giacomo Leopardi?

Non deve stupire questa domanda. Nel caso di Leopardi, infatti, non si può parlare solo della sua poesia che pur rappresenta l'aspetto più importante e più conosciuto a livello universale (progetto Leopardi nel mondo), ma anche del suo pensiero Pensiero che è stato ed è oggetto di studi continui; Leopardi è stato così annoverato di volta in volta tra gli illuministi, i progressivi, gli stoici, i materialisti, gli atei ecc..

Noi pensiamo che, invece, si dovrebbe tenere conto che l'essere umano è un unicum irripetibile e l'amalgama di stimoli, suggestioni, elaborazioni intellettuali, altrettanto esclusivo ed originale; e questo tanto più nel caso del nostro poeta filosofo (usiamo questo termine per definire la sua poesia-pensante o pensiero-poetante come è stato definito dal Prete).

Leopardi, infatti, presenta innumerevoli sfaccettature che si rivelano progressivamente alla mente dello studioso ricercatore, ma che si illuminano di una luce particolare agli occhi della mente di chi lo ama, contraddizioni apparenti e non, che troviamo nello Zibaldone, immensa miniera e diario spirituale, luogo in cui, è stato detto,  Leopardi pensando di fare la filosofia della vita, in realtà faceva la filosofia "della propria vita" (Momigliano).

Per comprendere il Recanatese, io sono convinta, bisogna avvicinarsi in  umiltà e in purezza di cuore, in un intreccio di ragioni del cuore e ragioni della mente, di ragione calda e ragione fredda, perché nello studio di Giacomo Leopardi è necessario tenere conto dell'uomo tutto. Occorre un'"occhiata onnipontente" (come diceva Leopardi) che è quella del poeta non l'occhio dello scienziato. Egli, infatti, rifiutava una speculazione di tipo analitico e le ragioni del cuore assumono così un valore speculativo per arrivare alla certificazione del vero, ad una spiegazione del Reale alternativa a quella dell'intelletto.

 

Una seconda domanda si impone: Leopardi fu filosofo? Ovvero approntò n sistema di idee compiuto?

 

Egli è stato definito piuttosto "moralista" (Operette): non poteva, infatti, isolarsi nella pura speculazione. Se però intendiamo con "filosofo", l'uomo che pensa profondamente o, secondo la definizione del Guitton, filosofo cattolico, "una persona alla ricerca del Vero", egli fu veramente un grande filosofo.

 

 

INFANZIA, ADOLESCENZA E PRIMI STUDI FILOSOFICI

 

Perché è importante parlare del primo periodo della vita di Leopardi, della sua "preistoria"? La psicologia ci insegna come siano fondamentali le basi che vengono poste nell'età infantile e adolescenziale in un essere umano; infatti sopra di esse poggerà il pensiero adulto. A mio parere è essenziale studiare a fondo questo periodo così come è essenziale studiare la biografia in collegamento con l'opera per comprendere appieno l'autore; così come ha detto il Gioanola, Leopardi non sarebbe stato Leopardi se fosse vissuto in una situazione completamente differente da quella che invece fu la sua. Forse anche per la sua personale cognizione del dolore egli seppe guardare più a fondo degli altri nella realtà che lo circondava. Ma né le sofferenze fisiche, né quelle spirituali sono la spiegazione ultima o la causa prima delle convinzioni di Leopardi (che si ribellava, in una lettera al De Sinner nel '32, contro chi voleva spiegarsi il suo pessimismo totale), ma le une e le altre hanno parte determinante nella sua storia, e non possono essere minimizzate, né enfatizzate, ma solo continuamente considerate nell'intreccio e anzi nella confluenza di tutti gli elementi intellettuali e affettivi dell'intera poetica e filosofia leopardiana.

 

Fino a pochi anni fa, dunque, la formazione filosofica del giovane Leopardi non era stata considerata importante e quindi non veniva adeguatamente studiata, probabilmente perché si trattava di studi che preparavano alla carriera ecclesiastica alla quale la famiglia l'aveva destinato (portò la veste scura e la tonsura dal 1810 al 1819) ; invece questo periodo è da valutare seriamente, parliamo soprattutto degli anni che vanno dal 1810-12, biennio che conclude anche l'insegnamento che il precettore, il buon Don Sanchini gli aveva impartito,  perché "non aveva più altro da insegnargli".

 

Il 29.6.1798 nasce Giacomo Taldegardo Francesco Saverio Pietro a Recanati, nel quartiere di Monte Morello, primogenito di Adelaide Antici e di Monaldo, giovanissimi genitori poco più che ventenni. Un anno dopo nasce Carlo, carissimo sempre a Giacomo e suo confidente e successivamente Paolina dotata di delicata sensibilità e carissima al Poeta. Altri figli verranno, alcuni nasceranno morti, poi Luigi che morirà poco più che ventenne e Pierfrancesco che diverrà l'erede.

I tre maggiori ragazzi Leopardi vengono affidati prima ad un gesuita, padre Torres, che già era stato precettore di Monaldo e ne era divenuto amico, stabilendosi a palazzo e poi a Don Sanchini, prete romagnolo che proseguì sulla linea educativa del predecessore.

Durante questi anni, Giacomo e i fratelli, alternano ai giochi e alla ginnastica in giardino, gli studi severi al tavolino della biblioteca, tavolino che viene ricoperto con una copertina di lana per mitigare il freddo. Questo non impedisce gli scherzi tra i ragazzi. Esistono certi bigliettini scherzosi inviati da Giacomo alla sorella alle prese con la grammatica latina o allo stesso prete con tanto d'indirizzo: tavolino. Nei giochi e nelle finte battaglie che i ragazzi facevano in giardino, Giacomo si metteva sempre primo e nelle carriole trasformate in carri romani era lui che saliva e gli altri erano trasformati in schiavi. Oppure giocavano agli altarini e Paolina veniva chiamata Don Paolo perché portava i capelli corti e una stretta veste scura che la faceva somigliare ad un abate. 

 

Qualche cenno sulla biblioteca Leopardi.

 

La biblioteca è ricca di oltre ventimila volumi, al tempo di Giacomo dodicimila. Essenzialmente storica viene aperta, come si legge su uno degli ingressi, ai familiari, agli amici e a tutti concittadini con rara liberalità di Monaldo. Questi aveva iniziato giovanissimo a raccogliere libri alla rinfusa seguendo un criterio quantitativo; successivamente acquistò molti libri che provenivano da biblioteche dei conventi soppressi (siamo in epoca napoleonica) e altri che venivano portati alla fiera di Senigallia dalle navi che provenivano dalla Grecia e da Venezia. L'editoria veneta è infatti fiorentissima e innumerevoli sono i volumi che andranno a rifornire gli scaffali della biblioteca. Questa si compone di quattro sale ed è articolata in diverse sezioni a seconda delle materie ma si nota la prevalenza di testi sacri.

In questa biblioteca, dunque, Giacomo studia e si forma. Studia così intensamente che durante il periodo dello sviluppo, in lui assai precoce, il suo fisico si rovina irrimediabilmente, senza che il padre orgoglioso dei risultati del primogenito e la madre, essenzialmente occupata a risanare le finanze di casa, si accorgano del suo mutare fisico.

Lasciamo per un momento il nostro Giacomo, facendo una digressione che ci dia una idea del panorama culturale e filosofico di quegli anni.

La cultura egemone del settecento in Europa era quella illuministica che proveniva dalla Francia.

Non è certo il caso di dilungarci troppo intorno a questa filosofia perché ciò richiederebbe troppo tempo e ci porterebbe lontano. Ci limiteremo perciò a qualche cenno.

 

L'Illuminismo, come disse Kant, è "l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro... Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E' questo il motto dell'Illuminismo".  L'Illuminismo è una filosofia ottimistica che si impegna e lavora per il progresso; alla base di questo progresso gli illuministi pongono l'uso critico e costruttivo della ragione. E', questa, una ragione controllata dall'esperienza che non si preclude nessun campo d'indagine: è la ragione che riguarda la natura e simultaneamente l'uomo. Tutto viene discusso e analizzato alla luce di questa ragione

Risultato dell'applicazione di questa Ragione, alla quale tutto deve essere sottoposto, è l'attacco a tutte le superstizioni delle religioni positive che gli illuministi irrisero con sprezzante sarcasmo. All'interno di questa filosofia si sviluppa un filone ateo e materialista, ma anche il deismo che è religione naturale e razionale (solo quello che la ragione può ammettere): l'esistenza di Dio, la creazione e il governo del mondo e la vita futura nella quale vengono ripagati il bene e il male. Però ad un certo punto non viene più sottolineata la distinzione tra credenza in Dio e religioni positive e quindi vengono combattute entrambe come ostacolo al progresso della conoscenza e come strumento di oppressione. Si arriva così all'ateismo e al materialismo.

Gli esponenti del secolo dei lumi sono chiamati philosophes anche se non furono creatori di grandi sistemi teoretici, ma essi si ritennero maestri di saggezza e guida naturale della classe emergente: la borghesia; questa classe infatti è il soggetto del progresso.

L'impresa maggiormente rappresentativa della cultura e dello spirito francese è costituita dall'opera collettiva che è L'ENCICLOPEDIA o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri; tra i maggiori collaboratori spiccano i nomi di Voltaire, Diderot, d'Alembert, d'Holbach, Montesquieu, Rousseau. Scopo è quello di unificare tutte le conoscenze. A questo proposito ricordiamo che la biblioteca di Monaldo possedeva l'Encyclopédie Méthodique stampata a Padova dalla Stamperia del Seminario che riuscì ad ottenere il previlegio della pubblicazione in francese, mano a mano che usciva dalle stamperie parigine; era questa una nuova edizione dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert con le voci ampliate di molto e raccolte per materie in altrettanti dizionari a  sé stanti, in modo da conferire alla trattazione una struttura più sistematica. Questa edizione venne purgata nelle parti più pericolose per la religione che riguardavano ovviamente la filosofia sensista e materialista ma anche arricchita di nuovi articoli come quelli che riguardavano la geografia dell'Italia.

 

Torniamo ora a Casa Leopardi ed esaminiamo qual'era la posizione di Monaldo Leopardi nei riguardi della cultura corrente:

Egli è un nobile colto e di idee reazionarie con una ferrea religiosità ma questa però non contiene alcuna superstizione, tanto che egli rifiuta, ad es., di accettare i miracoli se non sono giudicati tali dalla Chiesa; quindi egli imposta l'educazione dei figli sulla base di una dominanza della razionalità contro ogni insorgenza emotivo-istintuale.

La madre Adelaide invece porta al limite estremo questo sistema di ragione-religione, arrivando ad una forma di "barbarie" che Giacomo delinea in una pagina celebre dello Zibaldone (353-56) che merita di essere letta per comprendere l'infanzia di Giacomo:

 

"Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl'invidiava intimamente e sinceramente, perché questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall'incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li facesse morire, perchè la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affligersi il marito, si rannicchiava in se stessa, e provava un vero e sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a quei poveri malati, ma nel fondo dell'anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a confessare che il solo timore che provava nell'interrogare o consultare i medici era di sentirne opinioni e ragguagli di miglioramento.... Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti e deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia..Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo, ed era stata ridotta così dalla sola religione. Ora questo che altro è se non barbarie?E tuttavia non è altro che calcolo matematico, e una conseguenza immediata e necessaria dei principii di religione esattamente considerati.... Ma la ragione è così barbara che dovunque ella occupa il primo posto, e diventa regola assoluta, da qualunque principio ella parta, e sopra qualunque base ella sia fondata, tutto diventa barbaro".

 

Si tratta dunque di un razionalismo che è l'altra faccia dello spiritualismo ossia la svalutazione di tutto ciò che in qualche modo ha a che vedere con il materiale e con il corporeo, di un atteggiamento che porterà i genitori ad educare i figli alla razionalizzazione per abituarli, fin dall'infanzia, a liberarsi dai terrori notturni e dalle paure per i fenomeni naturali "tuoni- fratellino morto da baciare"). Questo aspetto meriterebbe un discorso approfondito che in questa sede si può solo accennare (vedere Gioanola e Casoli).

Dunque della cultura cristiana, Leopardi recepiva il degenerato e l'antistorico e Dio era un dio muto, intransigente che non lasciava mai i cattivi senza castigo e imponeva pesanti rinunzie e sacrifici.

 

Ma torniamo al nostro Giacomo che abbiamo lasciato al tavolino della biblioteca paterna e immaginiamo di trovarci al suo fianco per sbirciare i testi da lui studiati e i suoi primi componimenti impegnativi. Per quanto riguarda il tema di cui ci stiamo occupando, diremo che, in questo periodo, il concetto di filosofia, in Giacomo è allineato a quello del padre e del precettore, ossia nella convinzione che la sana ragione conduce sempre ad accettare il cattolicesimo. I suoi componimenti sono ricopiati in ordine e con calligrafia curatissima in piccoli quaderni corredati di titolo e sono soprattutto componimenti riguardanti argomenti religiosi dove appunto la religione è presentata in modo tetro e minaccioso, e dove domina l'idea di colpa dell'uomo e della giustizia divina che punisce. Dio è presentato, non come Padre, ma come giudice fulminatore secondo l'idea di Dio che è più affine all'antico Testamento che al Nuovo; di Dio viene messa in primo piano la funzione sanzionatrice e punitrice. Molte volte il giovane Giacomo recitava discorsi sacri che componeva lui stesso, nella Congregazione dei Nobili di S. Vito; questi discorsi sono scritti con l'enfasi di un predicatore e dovettero procurare grandi elogi al giovanissimo autore.

Considerato il periodo storico-culturale, prima accennato, è evidente come il giovane Giacomo sia impegnato in una crociata contro gli errori della filosofia illuministica nella difesa della fede.

I testi usati per lo studio, che gli scaffali di Monaldo contenevano in gran quantità, sono testi di apologetica cattolica del tardo '700 scritti da dotti ecclesiastici che si erano trasformati in eruditi apologeti e attraverso i loro scritti combattevano le idee illuministiche.

Ma qual'era la caratteristica di queste opere?

La particolarità stava nel metodo usato dagli autori: un metodo per così dire "illuministico" che consisteva nell'incalzare l'avversario scendendo sullo stesso campo ossia usando argomentazioni dialettiche e razionali per smontare le tesi avversarie;  tale era ad es. il metodo di p. Valsecchi domenicano che insegnò a Padova e fu autore di opere come Dei fondamenti della religione e dei fonti dell'empietà  e La religion vincitrice, testi largamente usati dal Leopardi come vedremo. 

Questi testi erano densi di citazioni di illuministi famosi quali il Rousseau, il Voltaire, il Bayle, Locke e altri; soprattutto il padre Valsecchi riportava ampie citazioni dalle opere di questi filosofi allo scopo di meglio illustrare la sua confutazione.

E' dunque attraverso questa forma di conoscenza indiretta che il Leopardi giovinetto venne a conoscere  "l'empia filosofia del secolo decimottavo".

Il biennio 1811-12 è  dunque dedicato da Giacomo agli studi filosofici che dovevano prepararlo alla teologia. Ogni anno di studio si concludeva con la presentazione di un lavoro che illustrasse gli studi svolti; questi lavori sono Le Dissertazioni filosofiche ( in quel tempo la filosofia non era solo ciò che noi intendiamo oggi, ma comprendeva studi di fisica). In queste Dissertazioni, il giovane Leopardi cita molti filosofi del secolo decimottavo e le loro tesi, allo scopo di dimostrarne la falsità.

Le Dissertazioni mostrano un consapevole entusiasmo intellettuale e Leopardi si muove cautamente nei binari dell'educazione tradizionale ma, venendo a contatto con nomi prestigiosi e "pericolosi" dell'illuminismo, pur difendendo e polemizzando con il fervore dell'indottrinato, dimostra di essere attratto dalla novità delle loro posizioni.

Solo successivamente egli potrà leggere direttamente le opere dei filosofi che tanto lo attiravano, ma dovranno passare molti anni ancora.

 

Questa fase del pensiero leopardiano è dunque una fase di erudizione che rispecchia un modello illuministico di impronta razionalistica.

 

"IL SISTEMA" LEOPARDIANO

 

Gli anni 1817-19 sono gli anni della prima formazione del mondo leopardiano; quelli in cui lo spirito di Giacomo guarda con occhi nuovi la vita umana, la natura e se stesso. Tre sono i fatti importanti di questo periodo: l'amicizia con Pietro Giordani, il primo amore per la cugina Gertrude Cassi, l'inizio dello Zibaldone (1817- 1832).

1819 (Zib.145), sappiamo da Leopardi stesso, essere stato anno di profonda crisi che lo porta alla "conversione filosofica; è tormentato da una malattia che lo priva momentaneamente dell'uso della vista e non potendo dedicarsi alla lettura, egli inizia "a riflettere profondamente sopra le cose...a divenir filosofo di professione...a sentire l'infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla, a diventare insomma filosofo tutto dedito alla ragione e al vero".

Perde progressivamente persino la facoltà di concepire qualche desiderio e non riesce a cogliere nemmeno la differenza tra la morte e la vita: egli della vita non sente nemmeno più il dolore che gli farebbe percepire di essere vivo.

Appare la noia e acquista la coscienza della vanità del tutto. Nei rari momenti in cui riesce ad attenuare la riflessione compone gli Idilli tra i quali ricordiamo L'Infinito. Compie un tentativo di fuga da casa, scrive al conte Broglio di Macerata per avere il passaporto e prepara per il padre e per il fratello due lettere. La fuga viene sventata.

Ma non sono il fallito tentativo di fuga, né la malinconia, né il male agli occhi, a determinare  il suo stato d'animo; la causa prima è il pensiero, quel terribile pensiero che da poeta, per sua stessa confessione, trasforma Leopardi in filosofo, o meglio, da immaginativo lo fece sentimentale.

Per crisi del 1819 si intende, allora, tutto il processo psicologico-morale e di pensiero che si svolse in quell'anno.

Una persona dotata di grande sensibilità possiede un tesoro che può dare gioie estatiche ma è anche arma a doppio taglio perché quando eccede dà  tormenti e angosce  e Leopardi appunto dotato di acuta sensibilità e fantasia soffre infinitamente.

 

 

Ora il "sistema" leopardiano prende forma e partendo dal nucleo centrale rappresentato dalla meditazione sulla felicità, si allarga in quelle particolari antitesi che sono solo di Leopardi. E non poteva essere altrimenti; la riflessione leopardiana non poteva partire se non dalla constatazione dell'impossibilità per l'uomo di essere felice.

Guardando alla sua vita, quali sono i dati evidenti, storici? Cosa gli "regalò" l'esistenza?

Certamente  non la salute e la vigoria fisica, non la bellezza e l'amore, non l'adolescenza spensierata, neppure il successo. Tutto questo fu riservato a colui che provava una " paura mortale della mediocrità", che voleva alzarsi e "farsi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio".

Possiamo immaginare come Leopardi cosciente dell'altezza del suo pensiero, soffrisse nel vedersi rinchiuso in un corpo deforme. Nell' Ultimo Canto di Saffo, canzone con chiari accenti autobiografici, scritta nel 1822, periodo antecedente alle Operette Morali egli canta un'allegoria dell'infelicità umana, una protesta contro la natura avversa: "virtù non luce in disadorno ammanto" ossia la virtù non splende agli occhi degli uomini se è calata in un corpo deforme.

Ecco perché non si può prescindere dai dati antobiografici del pensatore quando si cerca di spiegare il suo pensiero. Esiste ad es. un amaro passo dello Zibaldone che afferma la convinzione che il male rientri nell'ordine stesso della natura (4510-11-1829) ma cosa succedeva in quel momento al nostro Giacomo?  Egli era tornato da Firenze a Recanati dove rimase per 18 mesi, periodo che lui stesso chiama "l'orrenda notte di Recanati" e che pure è illuminato da luci vivide di poesia (Le ricordanze, La quiete, Il sabato, Il Canto notturno); ecco spiegata l'amarezza della sua riflessione

Leopardi stesso invita a "sentire la verità, non solo ad intenderla", ad esserne quindi persuasi e per questo serve uno sguardo unitario che abbracci la globalità delle condizioni.

 

Il sistema filosofico di Leopardi non è certamente una costruzione concettuale dedotta da principi opportunamente assunti come è un sistema logico, non è il sistema filosofico di un Kant, non è sistema, ma così lo chiamiamo perché Leopardi stesso parla del suo "sistema".

Abbiamo detto che egli elabora le sue riflessioni sulla felicità (riflessione che ha in comune con l'Illuminismo) sulla base di dati concreti: la malattia, la vecchiezza, il dolore e la fugacità del piacere. La felicità era per lui il continuo anelito del cuore, anche se, appena ventunenne ebbe a dire: "voglio essere piuttosto infelice che piccolo". La felicità era da lui identificata con il piacere e probabilmente questa identificazione è una rivolta contro la sua educazione familiare e culturale.

Tralasciamo di approfondire questo punto che sarà trattato dal dott. Folin in un prossimo incontro, ci limitiamo perciò solo ad un breve cenno.

La teoria del piacere si fonda sul fatto stesso di esistere, perché l'esistente ama la propria esistenza più di ogni altra cosa: chi esiste non può amare la morte; dall'amor proprio deriva l'amore del piacere perché chi si ama è inclinato naturalmente a desiderare il bene che è tutt'uno con il piacere.

Gli animali, avendo meno amor di sé, possiedono un'esistenza più materiale e quindi sono meno infelici; chi possiede, come abbiamo visto prima, maggior sensibilità se da un lato ha accesso a maggiori gioie, dall'altro sente di più l'infelicità; così i giovani sono più infelici dei vecchi perché provano sentimenti più irruenti e quindi una più ardente sete di felicità.

Il desiderio di felicità è senza limiti e l'uomo perciò non può appagarsi di nessun piacere  perché desidera il piacere, non questo o quel piacere. Per questo il piacere non è vero piacere ma mancanza di dolore e l'assenza di piacere non è un semplice non godere ma un patire.

 

Allora se l'infinito che l'uomo brama non si raggiunge e il piacere è solo parziale e momentanea cessazione del dolore, in questo squallido e arido regno della Verità, esiste qualche consolazione che consenta all'uomo di proseguire l'esistenza nonostante il dolore e l'infelicità, qualcosa che gli consenta almeno un'apparenza di piacere dal momento che il piacere infinito e quindi l'unico vero non esiste?

Ecco che allora Leopardi ci dice che il piacere più solido di questa vita è il piacere vano delle illusioni, quelle illusioni create dall'immaginazione e offerte dalla Natura sono ciò che salva l'uomo dalla disperazione, sono "somiglianze d'infinito" "maravigliose larve", "fantasmi di sembianze eccellentissime".

C'è un tempo in cui l'immaginazione è regina della vita dell'uomo, un tempo in cui essa regna incontrastata: il tempo della fanciullezza, età della meraviglia e della felicità, età dominata dalla fantasia e dall'immaginazione.

Come nella vita dell'uomo c'è questa età, così nella storia del genere umano ci fu un tempo in cui gli uomini videro allietata la loro esistenza dalle illusioni che li spronavano a compiere grandi ed eroiche azioni; illusioni di Patria, Libertà, Virtù, Gloria che suscitavano un agire generoso impedendo all'uomo di scorgere i limiti dell'esistenza: la vecchiaia, la malattia, la morte, l'insignificante piccolo nostro mondo. Leopardi dice. "le grandi azioni ... non possono provenire se non da illusione".Viene affermata dunque la fondazione "invisibile" del visibile, della storia e del suo movimento.

Il mondo antico, l'aldiqua della ragione di cui Leopardi sentiva il fascino, è il tempo in cui i lacci della razionalità non avviluppavano ancora gli uomini rivelando loro il nulla, il "solido nulla".

Leopardi esalta la capacità di concepire illusioni come segno nell'uomo di una potenzialità di vita più alta che si contrappone all'esistenza assurda cui è destinato. Egli chiederà allora alla poesia di ridonargli, attraverso la rimembranza, le illusioni della giovinezza, quelle illusioni che si chiamano Speranza, Gloria, Amore.

Se in Foscolo il sistema delle illusioni è funzionale all'arte (la poesia è la voce delle illusioni, anzi la loro scoperta e la loro rivelazione) e alla vita civile in quanto la poesia fa vivere questi ideali nel mondo sottraendoli alla morte eternando nei secoli gli eroi che li hanno affermati, in Leopardi il sistema delle illusioni è radicale e legato alle necessità della vita.

Dunque la fine dell'antichità e del tempo del "bello" viene a coincidere con un eccesso di pensiero e di filosofia, inizio di una continua degenerazione.

Leopardi allora si  scaglierà contro l'odiata ragione, regno del vero, quindi del nulla perché la ragione "è dannosa, ella rende impotente colui che l'usa..., ella rende piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali essa si esercita, annulla il grande, il bello, e per così dir la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e le cose tanto più impiccoliscono quanto ella cresce". Ancora: "la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola".

Ma cos'è questa ragione che Leopardi condanna all'inizio dello Zibaldone? Non è certamente la "ragione primitiva di cui si serve l'uomo nello stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali, parimenti liberi, e perciò necessariamente capaci di conoscere. Questa l'ha posta nell'uomo la stessa natura, e nella natura non si trovano contraddizioni. Nemico della natura è quell'uso della ragione che non è naturale, quell'uso eccessivo ch'è proprio solamente dell'uomo, e dell'uomo corrotto: nemico della natura, perciò appunto che non è naturale, né proprio dell'uomo primitivo".

Leopardi dunque ammetterà una ragione che si mantenga entro limiti naturali, una disposizione a ragionare che è una qualità essenziale e naturale del vivente. Condanna invece la ragione illuministica che produce l'egoismo perché più si sa, più la volontà è incerta e l'azione si paralizza, la ragione che matematizza la realtà, la ragione come funzione che scompone cose e sentimenti.

Si inserisce qui la polemica leopardiana contro l'idea di progresso, che così com'è concepita dalla filosofia illuministica avrebbe dovuto portare alla completa felicità; Leopardi nega, non la scienza, ma invece la capacità di autocompimento dell'uomo, l'idea di "perfettibilità" sostenuta dalla filosofia; infatti "sostengono come indubitato che l'uomo è perfettibile. Vale a dire ch'egli può perfezionare se stesso, perfezionar l'opera della natura... Io dunque dico all'uomo il quale asserisce di essere perfettibile, e di potersi, anzi doversi perfezionare da se: perfeziona il tuo corpo... immagina un disegno più perfetto... L'uomo si mette a ridere, e confessa che non solo non c'è cosa più perfetta, ma ch'egli con lunghissimo studio, dal principio del mondo in poi, ancora non è arrivato a comprenderne interamente tutta la perfezione.... Or come dunque non potendo perfezionare il tuo corpo, anzi non potendo neppur comprendere tutta la misura della sua perfezione naturale, presumi di perfezionare una parte tanto più nobile, astrusa, e difficile, qual'è lo spirito? (1820-Z.371-3).  Prosegue due anni dopo (Z.2567-8): "l'uomo non è perfettibile, ma corrottibile...facilmente si guasta perché una macchina dilicata..è più facile a guastarsi che una rozza..Così l'uomo è più dilicato assai di tutti gli altri animali, si nella costruzione esterna, si nelle fibre intellettuali. E perciò egli è senza dubbio il più perfetto nella scala degli animali. Ma ciò non prova ch'egli sia più perfettibile; bensì più guastabile, appunto perché è più delicato".

Dunque l'idea che l'uomo possa raggiungere la perfezione e con essa la felicità è falsa e lo stesso uomo con il progredire della propria ragione ha determinato gli esatti confini delle cose e ha prodotto l'egoismo dissolvendo le illusioni che consentivano almeno una parvenza di felicità.

Si, il vero è "l'arido vero" che la natura aveva pietosamente velato agli occhi degli uomini donando loro quelle "somiglianze d'infinito" senza le quali "la nostra vita sarebbe la più misera e barbara". Questa è la verità che si rivela all'uomo sapiente, che allora scopre il vero volto del Reale, di quella natura che si rivela matrigna perché indifferente alle vicende degli uomini, piccoli punti sperduti nell'universo, quella natura che prosegue il suo andare meccanico senza curarsi di alcuno: non delle piante che soffrono, non degli animali inconsapevoli, non dell'uomo attonito e smarrito alla ricerca di senso, non dell'immensa souffrance di tutti gli esseri viventi.

 

Perciò nel 1824, anno in cui la filosofia appare a Leopardi come la maggior forma di conoscenza possibile, cambia il suo atteggiamento nei confronti della Natura  che diventa "persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui", "donna gigantesca bella e terribile" che affascina e tradisce e che all'uomo che l'accusa di essere "carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere", essa risponde "immaginavi tu forse che il  mondo fosse fatto per causa vostra?". Spiegando poi all'uomo che interroga: "tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo ciclo di produzione e distruzione" (Dialogo della natura e di un islandese 1824).

Nel Canto notturno (1829) Leopardi si chiede e chiede. "perché nasce l'uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento".

La Natura non più "madre benignissima" ma "matrigna" che ha dato all'uomo quella ragione tanto odiata, quella ragione che porta a scoprire il vero.

 

E' del 1826 questo bellissimo pensiero che sembra un piccolo poema in prosa dominato da un senso sgomento del male e dell'universale felicità e dove Leopardi trasforma in Canto la sofferenza dell'Universo:

 

"Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili , più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, da dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.... Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

 

E' questo il rovesciamento del mito dell'Eden: entra la malinconia del paradiso, la tristezza è quella della stessa natura, non solo quella del poeta che osserva.

 

Fino all'ultimo si manterrà questo concetto di Natura mentre quello di Ragione sembra oscillare verso vistose modificazioni durante gli ultimi anni del soggiorno napoletano presso Ranieri (1833-37): c'è una parziale rivalutazione della ragione che ora appare a Leopardi come efficace strumento di conoscenza della precaria condizione degli uomini e, pur non conducendoli  alla felicità, li libera da false credenze e dalla superbia di chi si crede misura dell'universo.

E' questa una  nuova ragione che accoglie le ragioni dell'altra dimensione dell'uomo e rappresenterà il garante della dignità individuale ispirando la  dolorosa e partecipe consapevolezza di una necessaria solidarietà.

Nella Ginestra troviamo così una denuncia del non umano che continua a dominare la storia, una denuncia in cui Leopardi indica la strada: la solidarietà tra gli uomini che si deve ergere contro la "crudel possanza" della natura, una vita in cui i contrasti tra gli uomini siano secondari e quindi da mettersi a tacere di fronte all'esigenza di fare blocco compatto contro la natura.

E' questo un messaggio solenne lanciato all'umanità sofferente, affichè, attraverso la conoscenza e l'accettazione franca dell'amaro ma indiscutibile vero, essa trovi una sua dignità e un qualche riparo contro l'empia natura. 

 

Leopardi, solo come un gigante, "poeta pensante" che esprime l'universalità dei sentimenti umani, osa sollevare gli occhi mortali contro il destino comune, confessando il dolore della vita e auspicando contro di esso il solo rimedio che può alleviarlo: l'amore e la solidarietà tra gli uomini.

 

Vorrei concludere citando il De Sanctis ( 1817-1883) e quanto scrisse a proposito dell'effetto uguale e contrario che la filosofia leopardiana suscita in chi legge:

 

"Leopardi produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te  lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. E' scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, di desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Ma ha così basso concetto dell'umanità; e la sua anima alta, gentile e pura l'onora e la nobilita.... e mentre chiama larva ed errore la vita, non sai come, ti senti stringere più saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande".

 

 

TESTI

 

 

"Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente. Mentre aveva 3 o quattro anni si diedero qui le missioni; e i missionarii nei fervorini notturni erano accompagnati da alcuni confrati vestiti col sacco nero e col cappuccio sopra la testa. Li vidde e ne restò così spaventato che per più settimane non poteva dormire, e diceva sempre di temere i bruttacci. Noi tememmo allora molto per la sua salute, e per la sua mente". (dal Memoriale autografo di Monaldo Leopardi ad Antonio Ranieri, luglio 1837).

 

 

"Sensibilissimo è stato il mio dolore, e quello della madre, perdendo un Figlio che denotava salute e vigore, ed era di graziosissimo aspetto. Più grande è però la consolazione di aver assicurata la sua eterna sorte e di avere dato un Angelo al Paradiso [...] Prima che (il cadaverino) uscisse di casa ho voluto che i suoi Fratelli lo vedessero e lo baciassero, e Giacomo Taldegardo ne ha pianto dirottamente la perdita, quantunque in età di soli quattro anni e mezzo". (Nota del 1803 in occasione della morte di uno dei figli tratta dal Diario o Memorie di Monaldo Leopardi).

 

 

"Mio timor panico d'ogni sorta di scoppi, non solo pericolosi (come tuoni ecc..), ma senz'ombra di pericolo (come spari festivi ec..); timore che stranamente e invincibilmente mi possedette non pur nella puerizia, ma nell'adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di ragionare, e così faceva io infatti, ma indarno per liberarmi da quel timore, benché ogni ragione mi dimostrasse ch'egli era tutto irragionevole. Io non credeva che vi fosse pericolo, e sapeva che non v'era pericolo ne che temere; ma io temeva niente manco che se io avessi saputo e creduto e riflettuto il contrario. Non poté né la ragione né la riflessione liberarmi da quel timore irragionevolissimo, perch'esso m'era cagionato dalla natura" (Zib. 3518-19 del 25.9.1823).

 

 

"Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero. So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo". (Dalla lettera al padre datata fine luglio 1819 in occasione della tentata fuga).

 

 

"I giovani assai comunemente credono rendersi amabili, fingendosi malinconici. E forse, quando è finta, la malinconia per breve spazio può piacere, massime alle donne. Ma vera, è fuggita da tutto il genere umano; e al lungo andare non piace e non è fortunata nel commercio degli uomini se non l'allegria: perché finalmente, contro a quello che si pensano i giovani, il mondo, e non ha il torto, ama non di piangere, ma di ridere". (Pensieri, n.XXXIV).

 

"E' curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che vagliono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore". (Pensieri, n. CX). 

 

"Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili , più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, da dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.... Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere". (Zib. 4175-6 del 19.4.1826).